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La vita accade

di Barbara Fabbroni

As I look into your eyes. I see all the reasons why. My life’s worth a thousand skies. You’re the simplest love I’ve known. And the purest one I’ll own. No you’ll never be alone”. La bellezza e la ricchezza della vita è tramata all’interno dell’itinerario indescrivibile dello sguardo, degli occhi che si aggrappano allo sguardo dell’altro creando quell’andare della vita che si fa “virtute e conoscenza”. È nella densità dell’incontro che la vita stessa svela i motivi per cui ogni esistenza vale mille cieli. Anche se i cieli spesso cambiano sopra di noi cuciono insieme emozioni, sensazioni, passioni che ci restano aggrappate come se fossero la nostra seconda pelle. E l’amore, quella carezza della sera, del quotidiano che diventa assoluto solo nella sua semplicità, perché la purezza è solo perfezione assoluta. Tutto questo fa sì che l’essere umano non resti mai solo. Marc ci regala una canzone solo all’apparenza leggera e scansonata ma che all’interno custodisce e cela messaggi che fanno riflettere accarezzando l’anima e il cuore. Il suo viatico di artista è ricco di esperienze e di mondi, di incontri e collaborazioni, di possibilità e declinazioni avvincenti. Intervistarlo è entrare a piccoli passi nel suo mondo genuino e creativo.

Chi è Marc?

Sono Marco Cucchelli in arte Marc, nasco a Padova il 22 Settembre 1995. 

Come arriva la musica nella tua vita?

La musica entra nella mia vita sin da giovanissimo, ho iniziato a soli 11 anni a studiare basso elettrico. Devo tutto al mio professore di musica, ci faceva ascoltare dei dischi durante le sue lezioni. Mi sono incuriosito. È stata un’illuminazione e subito compresi che quel mondo mi apparteneva, lo sentivo mio. All’epoca amavo suonare i cantautori italiani oltre che canzoni di gruppi stranieri. Ho frequentato il liceo musicale e lì il mondo della musica si è aperto in un palcoscenico completamente nuovo, ho incontrato la musica classica tanto che dopo il liceo il passo verso il conservatorio è stato il giusto viatico per dar vita al mio sogno, al mio itinerario musicale. Con il Liceo Musicale scopro anche la mia attitudine a cantare.

E poi?

Sono arrivati i miei primi lavori, il mio primo singolo e l’album “Ho seminato amore”. 

Fintantoché il 4 novembre è uscito “Baby You Need Me”, il tuo nuovo singolo, c’è anche una star internazionale?

Un singolo importante dove ho collaborato con un’artista internazionale importante: Macy Gray. Per me è stato un sogno che si avverato, un traguardo importante da cui partire per nuovi percorsi.

Come è nato questo brano?

Baby You Need Me” è un brano in cui si avverte il mio cambio di rotta, un pezzo che mette in risalto una nuova consapevolezza ottenuta con tanto duro lavoro. Sai un artista durante il suo percorso capisce di cosa ha bisogno, ma più si sviluppa e più coglie le sfumature della propria personalità artistica.

Oggi che tipo di musica ti appartiene?

Ho un’attitudine più legata al pop.

Come è stato lavorare con Macy Gray?

Se ci penso, ancora mi fa strano lavorare con un’artista iconica come Macy Gray. Conoscevo il suo mondo, mi ha sempre incuriosito sia la sua personalità sia il suo mondo musicale. Questa collaborazione mi ha stimolato ancor di più a trovare altre vie, altre esperienze, a sperimentare altri itinerari musicali, a formarmi e crescere con determinazione e passione. Ciò che sto vivendo adesso è un percorso di crescita consapevole di cui avevo bisogno.

Hai girato anche un videoclip?

È stata realizzata anche una versione in lingua italiana di “Baby You Need Me”, accompagnata da un videoclip girato al Caribe Bay di Jesolo che vede un cameo dell’ex Miss Italia Denny Mendez e la straordinaria partecipazione di Ilenia De Sena.

Hai partecipato anche agli eventi di MSC crociere?

Il tutto è nato dalla collaborazione con il concorso nazionale Miss Blumare all’interno della flotta di MSC. Sono stato coinvolto in un tour estivo, abbiamo attraccato in molte città italiane, tour che si è concluso con la finale nazionale della 14° edizione, a bordo della costa Grandiosa, una fantastica nave da crociera. La serata finale ha visto trionfare la ragazza italo-ucraina Romina Covino. 

È cambiata solo la tua musica oppure anche tu sei per così dire maturato?

Oltre alla musica è cambiata anche la mia immagine. Infatti, con questo brano ho trovato una dimensione che descrive il mio presente. È un percorso che voglio intraprendere per plasmare la mia identità, per costruire il mio mondo artistico, per accrescere la mia conoscenza musicale.  È un’evoluzione continua e al tempo stesso una maturità che nasce all’interno di me.  

Ho letto che il 2022 ti ha portato a una svolta artistica, cosa significa?

È un anno importante non solo per la collaborazione con Macy Gray anche per i vari progetti che sono in cantiere.

La tua musica è per i Millennials o la GenZ?

Sono un Millennials per cui la mia musica è sicuramente più vicina a loro, sebbene cerchi di coinvolgere le persone che desiderano ascoltare musica, divertirsi ed essere leggeri. C’è bisogno di rilassarsi e vivere la vita con più leggerezza che non è superficialità bensì voglia di sentire la vita scorrere nelle vene, nell’anima.

Progetti?

Ce ne sono molti, tutte entusiasmanti.

Sogni nel cassetto ne abbiamo?

Il mio sogno è continuare a fare musica. Voglio crescere, sperimentare, studiare e continuare a formarmi. 

Le intense alchimie del Premio Felix

di Barbara Fabbroni

L’itinerario del Premio Felix inizia dalla consapevolezza che tutto si racchiude all’interno di un significato significante da cui si origina il viatico verso la conoscenza dell’arte in tutta la sua declinazione artistica. Felix in latino ha un significato che abbraccia vari significati, diventando lo stimolo alla ricerca dell’essenza delle cose e dell’accadere nel suo algoritmo più intimistico. Uliana Kovalera è il cuore pulsante di questo avvincente progetto che, di anno in anno, si arricchisce e forgia in maniera sempre più globale. È un progetto perfetto dalle sfaccettature luminose come un diamante che racchiude in sé tante possibilità poiché l’arte che cosa sarebbe se non ci fosse un autore che dialoga con uno spettatore? Il Premio Felix, per come è organizzato e strutturato, per la filosofia che lo contraddistingue, sembra racchiudere i significanti più profondi di un progetto fenomenologico del cinema dove i pilastri essenziali sono alla base di questa manifestazione. Il cinema diventa un’attività di conoscenza e crescita, che permette la comprensione della vita e al tempo stesso dà forma alla vita stessa. Il cinema così inteso non è solo sapere, ma anche scelta di vita: è salvezza e redenzione, è possibilità e appartenenza, è essenza ed esistenza. Incontrare Uliana Kovalera è come incontrare il progetto fenomenologico del cinema mondiale. Con lei abbiamo attraversato la nascita e la crescita del Premio Felix all’interno di un dialogare profondo e intenso.

Il Cinema è davvero arte per tutti?

Il cinema non solo è per tutti ma è alla portata di tutti. Così l’arte nel suo insieme entra a far parte della vita delle persone forgiandone l’anima e aiutandole a stimolare non solo la fantasia ma anche la costruzione narrativa delle immagini. Il cinema ha una natura universale. È un ponte verso gli altri e uno specchio nel quale rifletterci e proiettare le proprie esperienze di vita ricucendone le stramature e rendendo le penombre accessibili. Il cinema ha la capacità di oltrepassare le frontiere dimostrando che apparteniamo tutti alla stessa famiglia. 

Da dove arriva il suo amore per il cinema?

Ho sempre amato il cinema. Ho avuto anche qualche esperienza attoriale ma poi ho scelto la mia strada diventando produttore.

Come nasce il Premio Felix?

Sono sempre stata una produttrice cinematografica, il cinema per me rappresenta l’arte a tutto tondo, è la magia che accarezza la vita conducendo in uno spazio dove è possibile incontrare sé stessi, fare consapevolezza dell’accadere, condividere culture, conoscenze, emozioni. Il Premio Felix nasce con l’intenzione di dare spazio e voce al Cinema internazionale, permettendoci di “viaggiare” idealmente attraverso paesi e culture, esperienze di vita ed emozioni, graziead un’Arte che è per tutti. 

Perché Felix?

Felix è una parola latina che ha molti significati tra cui: fortunato, ricco, felice, fecondo, sacro. Se ben ci pensiamo il cinema è tutto questo. È fortunato poiché sia chi fa cinema sia chi guarda un film ha la fortuna di entrare in contatto con un’opera artistica. È ricco perché accresce la sua conoscenza e consapevolezza. È felice perché il cinema rende anche felici. È fecondo poiché costruisce possibilità. È sacro perché ogni pellicola ha la sua sacralità artistica e umana. Tanto più lo stesso Premio è una scultura su due livelli a significare che il cinema ha due diversi piani interpretativi che l’uno si unisce all’altro creando un unico viatico.

Da chi è promosso il Premio Felix?

Il Premio è promosso dall’Associazione culturale Felix, patrocinato dalla Regione Lombardia, con il contributo e il patrocinio della Direzione generale Cinema e audiovisivo – Ministero della Cultura, in collaborazione culturale con l’Associazione Adrenalina culturale e Ibrahim Kodra Swiss Foundation. 

Chi è la Giuria del Premio?

La Giuria 2022 presieduta dal produttore Roberto Bessi è composta da Alessandro Trani editore del Magazine 24 Ore News, Vlada Novikova Nava, critica d’arte e dal regista Luciano Boschetti.

Perché il Premio Felix ha l’attitudine a dare spazio e voce al cinema internazionale, quali sono i lavori in concorso?

Il Festival anche quest’anno si evolve e cresce, proponendo 22 pellicole tra film, docufilm, cortometraggi e documentari provenienti da tantissimi paesi che meritano l’attenzione degli appassionati. In concorso tra gli altri: Semetey, figlio diManas – Kyrgyzstan (L’Epopea di Manas e il poema epico del popolo kirghiso)  sceneggiatore e produttore Omurzak Tolobekov, diretto da Egemberdi Bekboliev e Darkhan Kozhokhan (2022), Chicken – Kazakhstan, cortometraggio diretto da Anastassiya Biryucheva (2022), Giovanni Rossi Made in Italy – Italia, documentario diretto da Corrado Calda e Giusy Cafari Panico, Sold out – Russia, cortometraggio diretto da Danila Kozlovsky (2022), Moloko – Russia, film diretto dal regista armeno Karen Oganesyan (2021), Profumo di melone a Samarcanda – Uzbekistan, diretto da Ali Khamraev (2021), Volare o non volare? – Georgia, commedia diretta da George Kacharava e Bolle – Italia, cortometraggio diretto da Andrea Rampini (2022). 

Il cinema e soprattutto questo Premio sembra essere l’esempio di come sia possibile entrare nel mondo dell’altro anche solo attraverso una narrazione filmica, come è possibile?

Il Festival Felix nasce con l’intenzione di celebrare la cinematografia. Come ho detto attraverso il cinema lo spettatore ha la possibilità di accedere a paesaggi, lingue e storie che non sempre hanno l’attenzione che meritano. Il cinema ci permette di viaggiare idealmente, nella parte del mondo meno raccontata, arricchendoci di sguardi di cui il mondo contemporaneo ha molto bisogno. 

Con il cinema si può viaggiare?

Certo! Il nostro Premio è pensato anche per far in modo che lo spettatore entri in contatto con diverse culture, differenti mondi, toccandone l’essenza tanto da costruire all’interno di sé un itinerario narrativo di conoscenza, sacralità e possibilità.

Dove si svolgerà il Festival?

Il Festival sarà ospitato nei giorni 12,13 e 14 novembre a Monza, presso la Casa del Volontariato e il 15,16 e 17 novembre al Palazzo del Cinema Anteo di Milano.  Giovedì 17 novembre, durante la serata conclusiva del Gala, sarà proiettato il film vincitore della V° edizione alla presenza di ospiti del mondo dello spettacolo e della cultura. Un’occasione per celebrare il Cinema condividendone la passione. 

Cosa si aspetta da questa edizione?

Il pubblico è sempre stato generoso. Mi aspetto di crescere così da arricchire il parterre dei registi da invitare e delle pellicole da proiettare, senza mai dimenticare il buon gusto e il significato che hanno in sé.

Quando si rovista nella scatola dei ricordi

di Barbara Fabbroni

“Così. 50 anni domani. E tanto ancora da fare. Mi volto per ricordareÈ così. 50 anni domani. E tanto ancora da capire. Mi volto per non rinnegare”. La vita in fondo accade e nel suo accadere apre viatici interessanti e densi di mondo e possibilità. Marco Sciarretta trova la sua strada e riorganizza la sua vita con una scelta radicale affinché il suo sogno diventi possibilità vissuta. “Oggi sono consapevole della strada percorsa fino a qui: un percorso non sempre facile, ma fatto di passi che mi appartengono e che, in pianura o in salita, mi conducono nel viaggio della vita. Compio cinquant’anni senza la frenesia della gioventù, ma con la serenità e la pacatezza di aver vissuto abbastanza per sapere quanto sia preziosa la vita”. Tutto questo è l’esistenza della sua tramatura raffinata e imprevedibile che costruisce ricami e tessiture così uniche da dar vita a un itinerario intimo e assoluto. In fondo, solo nell’andare si può compiere il cammino, non è solo Antonio Machado ha insegnarci come costruire il proprio andare nella vita poiché Marco Sciarretta ci è maestro nel suo andare a Tenerife e trovare il suo centro di gravità permanente. Incontrare Marco è come assaporare le parole di Antonio Machado: “Viandante, sono le tue orme. Il cammino e nulla più. Viandante, non esiste sentiero: si fa la strada nell’andare. Nell’andare si segna il sentiero. E, voltando lo sguardo indietro, si scorge il cammino che mai si tornerà a percorrere. Viandante, non esiste sentiero, solo scie nel mare (A. Machado)”. L’intervista vi regalerà il mondo infinito di questo artista così incredibilmente unico.

“50 anni domani” e poi?

Ah … per il percorso musicale si va avanti con i vari progetti cercando di sfornare sempre qualche cosa di interessante. Per la vita, invece, si continua a godere sia della famiglia sia di questo paradiso nel quale vivo, l’isola di Tenerife.

Perché vivere a Tenerife?

Per un insieme di motivi. Il primo per cercare un clima migliore. A Tenerife è praticamente sempre primavera, con qualche punta di estate. Si sta molto bene, si dimenticano i riscaldamenti e i maglioni. Inoltre, essendo un’isola turistica si può vivere suonando. La musica è la mia grande passione e da qualche anno, fortunatamente, anche il mio lavoro.

Prima svolgevi più lavori?

In Italia ho gestito per quasi trent’anni dei locali, dove si suonava musica dal vivo. Avevo la possibilità sia di esibirmi sia di far esibire vari professionisti e amici.

All’estero è più facile vivere di musica? 

Per la mia esperienza posso dirti di si! Ovviamente non è che chiunque abbia appena imbracciato una chitarra può permettersi di andare a esibirsi. In un’isola turistica ci sono molti spazi dove poter suonare e soprattutto qui l’estate non dura solo tre mesi ma molto di più. Però c’è anche molta concorrenza, i turisti e i gestori dei locali sono abituati a sentire gente che si esibisce; quindi, bisogna avere qualcosa di interessante da proporre, non è che chiunque può avere la l’opportunità di lavorare e vivere grazie al lavoro di musicista.

Hai l’attitudine di scrivere brevi racconti in musica, che significa?

Di questa affermazione devo ringraziare Paola dell’ufficio stampa che mi segue: la 361comunication di Mauro Caldera. È stata lei a trovare questo sunto del mio modo di scrivere e fare musica e devo dire che ne sono fiero. È una frase che mi rappresenta abbastanza. Solitamente tendo a scrivere o cose che mi hanno riguardato, come dei piccoli momenti della mia vita, oppure cose di cui sono stato direttamente testimone. Ecco, difficilmente mi metto a scrivere di un fatto storico di qualche personaggio soltanto perchè ho letto di lui o perché mi è tornato alla memoria. Prettamente cerco di stare nel mio orticello, di trovare il materiale nelle storie che mi appartengono. 

Qual è il tuo pubblico?

Il mio pubblico è ancora da scoprire.

Cosa significa?

Ho pubblicato il mio primo album nel 2020. Oltre a questo, uscirà una piccola raccolta con all’interno tre singoli il prossimo anno. Diciamo che sono all’inizio di un percorso che sarebbe dovuto iniziare molti anni fa, però soltanto adesso ho provato la tranquillità, la serenità e lo stimolo per dare concretezza al mio progetto. Quindi, tornando alla tua domanda, il pubblico è ancora da costruire. Punto ai miei coetanei perché possono avere più o meno la mia visione di vita, del mondo e aver magari vissuto delle esperienze simili a quello che ho vissuto anch’io.

Il pubblico di Tenerife quando ti esibisci nei locali, cosa ti restituisce? 

Per onestà di cronaca bisogna dire che in ogni mia esibizione non propongo solo i miei pezzi. Il mio repertorio è inserito all’interno di cover che attingono sia da canzoni italiane sia da canzoni internazionali. Devo dire che le persone ascoltano con curiosità e interesse, alla fine battono le mani. Se il buongiorno si vede dal mattino posso essere soddisfatto. Mi rendo conto che ancora ho molta strada da percorrere affinché possa arrivare un riscontro dal pubblico. Soprattutto da parte di chi ama la musica cantautorale.

Vivendo a Tenerife quanto è difficile farsi conoscere dal pubblico italiano? 

Più del solito. È difficilissimo. Infatti, c’è in progetto la partecipazione a qualche rassegna, a qualche evento, a qualche concerto. Prima però è importante costruire il materiale, avere delle canzoni, dei social che siano visibili, inoltre che le canzoni siano presenti negli store digitali. La comunicazione oggi è essenziale e fondamentale e i social aiutano tantissimo. Per presentare il proprio progetto perlomeno c’è la possibilità di dar modo a un eventuale ascoltatore di scoprire chi sono attraverso la rete, tutti i canali che oggi sono disponibili. Certo.

È stata la pandemia che ti ha portato a Tenerife?

Quando è scoppiata la pandemia ero qui ormai da tre anni, è stata una scelta consapevole di vita.

Quando si rovista nella scatola dei ricordi che cosa si può trovare?

Eh, si può trovare davvero tanto. Questo è un esperimento che a me piace fare tantissimo. Mi ritrovo spesso a scrivere frasi che magari trovano riscontro in avvenimenti accaduti chissà quanti anni fa. Una cosa è certa: non ho né grandi rimpianti né ho mai rinnegato le mie scelte. Sono convinto che la vita vada vissuta e le decisioni, al momento che vengono prese, se siamo convinti è inutile rinnegarle tempo dopo se qualcosa non va come ci aspettavamo. Rimpiangere o rinnegare a distanza di tempo non ha senso. Quindi, all’interno della scatola dei ricordi, c’è una grande serenità, anche se chiaramente ci sono delle cadute, ci sono dei giorni tristi, però, fa tutto parte del vissuto e … va bene così.

Quanta vita c’è in una parola in musica?

Mamma mia … penso tutta. Vale come risposta?

Certo! Una curiosità: cos’è che ti fa sorridere?

In generale mi fa sorridere chi si accanisce in discussioni sterili o è alle prese con posizioni non costruttive o inutili. Ecco queste cose mi fanno sorridere

I tuoi sogni si sono avverati?

Direi che in buona parte si sono già avverati: il trasferimento a Tenerife, il consolidamento della mia famiglia con la mia compagna che oltre a essere appunto la mia compagna, è una grande amica e un’ottima collaboratrice. Lei canta spesso nelle mie canzoni, ho musicato due canzoni scritte da lei che sono all’interno dei miei dischi. Infine, il progetto musicale che piano piano prende sempre più forma e quindi assolutamente sì. Mi ritengo a un ottimo punto e sono molto soddisfatto. 

Quanto è difficile il percorso del musicista?

Difficilissimo … se lo si vuole fare seguendo determinati parametri e quindi studiare e formarsi a livello sia tecnico sia di formazione culturale. Cosa, questa, che ritengo di aver fatto e di essere fortunato di avere avuto le possibilità di farlo. Siamo negli anni dei talent, negli anni delle mode che la fanno da padrone, dove il digitale ha reso tutto da una parte semplicissimo, ma dall’altra anche molto vuoto, senza fondamenta e senza basi. Quindi, per un musicista che vuole buttarsi nella mischia con qualche canzone che deve durare quattro mesi facendo ballare le persone in spiaggia senza tirar fuori la propria identità può anche essere semplice, invece, per chi vuole fare le canzoni, rispettando i propri gusti, rispettando i propri canoni e seguendo quella che è la formazione musicale di qualche anno fa, diventa difficile.  

Cosa si cela tra Nisida ed Atlantide?

È il nome che ho dato al progetto, con un doppio significato su entrambi i nomi. Innanzitutto, Atlantide è un percorso che ha segnato il viatico del mio essere cantautore. Nisida è un’isoletta fantastica nel Golfo di Napoli, c’è una bellissima canzone di Edoardo Bennato, che sentivo quando ero ancora adolescente. L’ho visto molte volte nei concerti e, quindi, posso dire che la mia passione è nata lì. Sia come ascoltatore sia come musicista, la musica, è quel percorso che ti conduce alla ricerca di Atlantide. È quel luogo che rappresenta da una parte il posto misterioso che si cerca di raggiungere, ma si potrebbe anche non raggiungere mai, dall’altro è il titolo di una delle più belle canzoni di Francesco De Gregori. È il traguardo.

Come vivi le sue giornate a Tenerife?

Il 50% delle mie giornate sono dedicate alla musica e a scrivere nuovi pezzi, per il resto tutte le sere mi esibisco nei locali dalle due alle tre ore, sette giorni su sette. Se a tutto questo aggiungiamo le esigenze di vita normale: manca il tempo!

Progetti?

Entro la fine dell’anno saranno usciti i miei tre singoli, il primo è uscito a ottobre, ne uscirà poi uno a novembre e uno a dicembre. L’anno prossimo ci sarà un evento molto bello, organizzato in una località che si chiama la “Finca della musica” che è gestita da un caro amico, un italiano che è un pianista molto bravo, faremo lì un evento di presentazione. Ci sarà anche una diretta streaming, sarà un bellissimo evento. In quella occasione lancerò il mio terzo album che sarà una raccolta di alcune canzoni dei due dischi precedenti e all’interno ci saranno questi tre ultimi singoli, probabilmente anche uno strumentale nuovo che sto mettendo a punto proprio in questi giorni.

Dove possiamo ascoltare i tuoi pezzi?

Nei vari canali social e digitali, trovate tutte le informazioni nei miei profili (www.tranisidaedatlantide.com) oppure su Spotify. 

La musica è vita

di Barbara Fabbroni

La musica ha il potere di modellare l’estetica e il pensiero di intere generazioni attraversando le epoche storiche tanto da porsi come punto di snodo essenziale. La musica ha la sua alchimia che si incide profondamente nell’animo umano. Il Rock ‘n’ Roll ha segnato un’epoca di rinascita, la voglia di emergere e uscire fuori dal buio, ha portato una ventata di possibilità e realtà. Il Rock ’n’ Roll rappresentava una musica di rottura. La particolarità era proprio la forte relazione stretta con il ceto medio-basso della società americana: la classe operaia e i giovani ispirarono i cantanti che integrarono le varie componenti della vita, del sesso e della religione, della mente e del corpo, del lavoro e del tempo libero, del piacere e della sofferenza nelle loro canzoni. Ancora oggi è essenza vitale per alcune band che come i “The Fuzzy Dice”. In fondo, “Senza una canzone, il giorno non ha fine… senza una canzone, un uomo non ha amici… senza una canzone, la strada non ha curve (E. Presley)”. Raccontare emozioni, vissuti, esperienze attraverso la musica anni ’50 e ’60 è ciò che Teddy Ubaldo con il suo gruppo cerca di fare. Lui, frontman della sua band, ama i fumetti e colleziona vinili. “Quando ero un ragazzo ero un sognatore. Leggevo i fumetti ed ero l’eroe di quei fumetti. Andavo al cinema ed ero l’eroe dei film. Adesso ogni mio sogno è diventato realtà un milione di volte (E. Presley)”. Sembra di ritrovarlo nelle parole di quello che è la sua principale fonte di ispirazione: Elvis Presley. Non poteva che essere così considerando che Teddy è cresciuto a latte ed Elvis. Anche lui come il suo idolo ha sempre custodito in sé il suo sogno e ben si sa che “Per tutti quelli che hanno un sogno” – è bene seguirlo – “Non fermatevi agli ostacoli che vi si presentano, continuate verso quel sogno (E. Presley)”. Teddy si è raccontato con partecipazione ed emozione.

Come nasce il nome della band: “The Fuzzy Dice?

In maniera simpatica. Correva l’anno 2012, eravamo in live, un signore texano vedendo i “fuzzy dice”, ovvero “i dadi pelosi” – vengono messi sugli specchietti retrovisori delle auto, che erano nel nostro furgone acquistato da Lorenzo, il mio pianista – ha commentato in maniera simpatica. Così da quella situazione divertente è nato il nome della nostra band. 

I “The Fuzzy Dice” come nascono?

Il mio desiderio da sempre era quello di dar vita a una band anni ’50.

Perché gli anni ’50?

Nasco con quel tipo di influenza poiché da quando ero piccolo mio padre mi faceva ascoltare la musica di Elvis. Era un grande appassionato e quel tipo di musica accompagnava le mie giornate. 

E poi?

Questa cosa mi ha accompagnato fino all’adolescenza e anche di più fintantoché non ho incontrato dei ragazzi che già suonavano. Insieme abbiamo creato la band Rock ’n’ Roll anni ’50 e ’60 nel 2012.

Il pubblico, cosa pensa di voi? Vi segue considerando che il vostro tipo di musica appartiene a una storia passata?

Il consenso del pubblico è positivo, ci ama, ci segue. Nel corso degli anni durante le nostre serate live abbiamo il nostro seguito. È un pubblico che ha imparato a conoscerci e ad apprezzare quello che facciamo.

I Social per voi sono importanti?

Assolutamente, ci aiutano a farci conoscere soprattutto al pubblico più giovane. Attraverso le nostre pagine social interagiamo con il nostro pubblico cosa che ci permette di farci conoscere ancora meglio. La gente ci segue e questo ci rende orgogliosi. 

Da chi è formata la band?

Io sono il frontman, poi c’è Lorenzo Fantini (piano e voce), Matteo Fantini (contrabbasso e voce), Filippo Del Piccolo(chitarra e voce) ed Elvis Di Natale (batteria).

Come vi siete conosciuti?

Con Matteo, Lorenzo e Filippo ci siamo conosciuti nel 2012 in un locale dove stavamo ascoltando musica live, da lì è partito tutto. 

Dal 2012 di strada ne avete fatta tanta, con collaborazioni importanti?

Sì! Da allora di strada ne è stata fatta tanta, abbiamo avuto prestigiose collaborazioni con Bobby Solo e con la Little Tony Family. Sono personaggi storici della musica italiana. Poi con zio Bobby, come si fa chiamare lui, pensa mi definisce il nipote del Rock ’n’ Roll, abbiamo un rapporto splendido, lui è un artista straordinario. È un uomo d’altri tempi con una bontà d’animo immensa. 

Si apprende molto da questi grandi artisti, non credi?

Assolutamente si! Da lui ho preso ispirazione e inoltre Bobby ti insegna, ti aiuta, ti fa sentire l’anima della musica, del Rock ’n’ Roll. Collaborare con lui è davvero speciale, abbiamo un bel feeling.

Il vostro ultimo lavoro?

È uscito un singolo nell’estate 2022, si chiama “Portofino”. È un brano scritto da Romano Palmieri prodotto da Andrea Fresu, composto a quattro mani da Emiliano Palmieri e Anna Muscionico. Un brano travolgente e carismatico, in linea con lo stile che in questi anni è diventato per loro un vero e proprio marchio di fabbrica. Il risultato di una costante e ispirata ricerca verso un concetto di musica universale e cosmopolita. 

Che cosa rappresenta per voi questa canzone?

Questa canzone nasce dalla necessità e dalla voglia, dopo dieci anni di attività live, di creare qualcosa di inedito l’idea era quella di realizzare una sorta di biglietto da visita che ci potesse rappresentare anche a livello discografico. L’obiettivo era quello di riprendere sonorità del passato, ma con uno sguardo rivolto verso il futuro. “Portofino” rappresenta un passo in avanti a livello artistico; un salto di qualità, per noi che in questi anni ci siamo dedicati anima e corpo all’attività dal vivo, calcando numerosi palchi, arrivando a poter vantare una rodata esperienza on stage.

La musica per te che cos’è? 

La musica è vita. È qualcosa di indescrivibile di cui non riesco a fare a meno. È qualcosa che mi prende mentalmente. È linfa vita, per me è tutto e il tutto.

La Generazione Z cosa pensa del tuo modo di fare musica?

Non ci aspettavamo che il pubblico giovanile, dai 18 ai 30 anni, restasse coinvolto dal nostro modo di fare musica. Tuttavia, il Rock ‘n’ Roll è molto orecchiabile, riesce a coprire una fascia di età molto ampia. Il Rock ‘n’ Roll è un evergreen. Sono contento che molti giovani scoprono questo genere musicale e poi si appassionano alla musica vintage. 

L’artista a cui ti ispiri?

La mia fonte di ispirazione è Elvis Presley. Lui, per me, è l’artista principale.

I vostri abiti di scena si ispirano agli anni del Rock ‘n’ Roll?

Si! Noi siamo sempre alla ricerca di abiti vintage di quel periodo. È tutto pensato a quel periodo che va dagli anni ’50 agli anni ’60. Anche le scarpe sono le black and white. 

Siete un tuffo nel passato?

Ci manca solo la Cadillac rosa di Elvis!

Quanto è difficile imporsi nel panorama musicale?

Molto, molto difficile. Noi abbiamo fatto un processo lungo fatto di anni e anni di lavoro, serate, sudate, fatiche, chilometri e chilometri di date. Dopo dieci anni, abbiamo iniziato ad avere un po’, tra virgolette, di successo. Non ci sentiamo delle star, siamo persone che amano il loro lavoro e cercano di dare sempre il meglio senza lasciare nulla al caso. È bello sognare e andare avanti.

Progetti?

Ci sono in arrivo nuovi singoli, tra cui una collaborazione con un artista della musica italiana di cui ancora non posso svelare il nome. 

Le tue passioni oltre la musica?

I fumetti … sono un amante di fumetti horror: Dylan Dog. Un amore che risale al tempo della mia adolescenza. Faccio collezione di vinili.

Se tu avessi la macchina del tempo, da poter tornare indietro negli anni, in quale epoca vorresti vivere?

A cavallo tra gli anni ‘50 e ’60.

Perché?

Erano anni favolosi, tutto accadeva con facilità. C’era il boom economico. Non parlo dell’Italia degli anni ’50 ma dell’America, lì nasceva tutto.   

Hai mai pensato di trasferirti in America nel tempio della musica che ami suonare?

Sarebbe bellissimo. Però … comunque mi accontento di andare a gennaio a fare un viaggio nell’America del Sud: Menphis, New Orleans.  

Ultima domanda: da grande cosa farai?

Continuerò a fare ciò che amo: il cantante. 

Non voglio insegnare niente a nessuno

di Barbara Fabbroni

Ironico, divertente, intelligente, creativo: Gianni Mazza continua a sorprenderci e incuriosirci. È in libreria il suo libro “Non mi ricordo una mazza. Trattato di amnesia consapevole” edito dalla Bertoni Editore. È un libro che si legge, si guarda e si ascolta, un testo che fa emozionare e ricordare momenti leggeri e spensierati. In questa opera autobiografica, Gianni Mazza, ricostruisce la sua carriera di oltre sessant’anni, ripercorrendone tutte le tappe: i suoi esordi e le prove col gruppo nel salottino di casa, le prime esperienze come compositore, le tournée in giro per il mondo con Little Tony, gli spettacoli teatrali, la televisione. Il suo è un immenso curriculum che si intreccia nella sua vita di uomo dando vita a una trama raffinata e intensa. La musica, la famiglia, gli affetti, le passioni e i rapporti costruiti negli anni con gli artisti che con lui hanno, via via, collaborato sono le fondamenta dove la trama narrativa del suo dialogare si ricama e arricchisce. Un libro, il suo, da leggere tutto d’un fiato che permette di accedere in un mondo nel mondo di un uomo che ha tracciato la storia dell’avanspettacolo a cavallo tra gli anni ’80 e fine anni ’90 e ancora ha molto da dire, da offrire, da condividere. Si racconta e ci racconta il suo mondo sia intimo sia pubblico con passione e creatività, con leggerezza e profondità.

Come è possibile che non si ricorda una Mazza?

Non è possibile, è possibilissimo! Da sempre sono conosciuto come uno distratto. 

Distratto, perché?

Forse perchè non me ne frega niente, se non lo so, non so. Sono un distratto che sta sempre fra le nuvole. Il fatto che non mi ricordo una mazza è vero, poi mi vengono a mente le cose, ma in ritardo. Bisogna un po’ calarsi negli anni dei ricordi che, ahimè, avendo una certa età è faticoso. 

Il non ricordarsi è un meccanismo di difesa oppure un comportamento evitante?

Secondo me è un meccanismo di difesa. Perché ci sono tante cose che è bene non ricordare. Il non ricordare è comunque un bell’alibi. Aiuta. Ti protegge. Evita alcune sofferenze o delusioni. 

Come fa un’amnesia ad essere consapevole?

Nel libro lo spiego bene. Devo avere qualcosa di psicologico che mi porta a non ricordare. 

C’è qualcosa di specifico che non ricorda?

Non ricordo le parole delle canzoni, le note si, ma non le parole, devo avere sempre lo spartito davanti con le parole, altrimenti mi perdo. Quando devo ricordare una canzone mi perdo completamente, non mi ricordo neanche l’inizio. 

Potrebbe essere una coperta di Linus?

Certo! Si, si.

Come e perché arriva il libro?

Il libro arriva durante la pandemia, in quei giorni tremendi dove eravamo ai domiciliari. Con il Covid non potevamo uscire, c’erano solo comunicati tremendi, la paura che faceva da padrona, i morti, l’angoscia per quello che poteva accadere. La casa era l’unico posto apparentemente sicuro, per uscire alcune persone affittavano anche i cani, era una situazione incredibilmente surreale. Così ho iniziato, per passare il tempo, a rimettere insieme la mia biografia, i miei appunti, a scrivere qualcosa. Una cosa tira l’altra. Alla fine, mi sono trovato tantissimo materiale sebbene non ho mai pensato potesse diventare un libro.

Invece?

Sono andato avanti. Sebbene mi chiedessi a chi potesse interessare. Così ho unito al passato l’attualità ricollegando ogni tappa significativa della mia vita dalla televisione alla musica. Il mio lavoro di musicista è stata la macchina di tutto. È nato il libro! 

Una sorta di biografia?

È una sorta di biografia, esatto. Può essere interessante perché si intravede l’epoca dove si dipana la mia professione. Una cronistoria dell’Italia artistica. Ci sono degli eventi che segnano la mia carriera e al tempo stesso racchiudono un’epoca storica significativa del mondo dello spettacolo in alcuni anni precisi. Non voglio insegnare niente a nessuno, anzi, ci fosse qualcuno che lo volesse fare con me sarebbe piacevole. 

Da un piacevole passatempo durante la pandemia è nato una narrazione della storia televisiva italiana degli anni ’80-’90?

Alla fine, si! Senza volerlo, è nato tutto casualmente intrecciando i ricordi, le foto, la musica, le canzoni, i filmati dell’epoca. Però così è stato, e così è!

La trasmissione a cui è più affezionato?

Le ho amate tutte. La risposta potrebbe essere facile citando una delle varie trasmissioni che ho fatto, però diciamo che sono grato a tutte queste trasmissioni oltre che a tutte le persone che me le hanno fatte fare. 

C’è qualcosa, di tutte queste trasmissioni, che si ricorda ma soprattutto che ancora la emoziona?

Mi rendo conto di essere un personaggio sorridente nell’immaginario delle persone. Sono una persona dedita al sorriso, allo scherzo, alla leggerezza, a qualcosa di piacevole, questo è importante e bellissimo. Mi piace quando le persone che mi riconoscono ed hanno voglia di farmelo vedere, mi sorridono …  questo è bello, ti scalda il cuore. È determinante, vuol dire che hai lasciato e regalato qualcosa al tuo pubblico. Poi penso: qualcosa ho fatto! È bello. 

Essere riconosciuti è importante.

Non solo essere riconosciuti ma essere abbinati a qualcosa di piacevole, di divertente, di non stupido, di non volgare. Questo non solo è importante ma è anche un colpo di fortuna. Beh, sono stato fortunato.

Quanto è cambiata la televisione nel corso di questi anni?

Oh, mamma mia! Siamo anche cambiati noi, non solo la televisione. All’epoca eravamo più scherzosi, più leggeri, avevamo voglia di ridere. Oggi siamo circondati da situazioni poco belle che non ci fanno sperare. È cambiato molto. Questo lo penso io alla mia età, sarebbe interessante comprendere cosa pensa un venticinquenne di oggi. La cosa preoccupante è il pensiero di domani, a me non riguarda molto, ma rifletto sui giovani. Penso a mia figlia, a mia nipote e così a tutti i nipoti, figli del mondo. Non stiamo vivendo in una situazione piacevole.   

E i talent?

Non sono fatti male, ma sono inutili.

Cosa le manca degli anni passati?

La tranquillità. 

Perché?

Quando facevo le trasmissioni eravamo tutti più spontanei, più aperti verso il mondo intero. E poi mi manca il mare, la gioia di andare tranquillo lasciando la terra emersa, andare in giro in barca con tranquillità. Non è che non si possa fare ma non si possono lasciare a terra tutti i pensieri … oggi di pensieri ce ne sono tanti, troppi.

Che tipo di boomer è?

Boomer è una parola che non conosco! È sconosciuta. Mi ha preso in castagna.

Si parla tanto del rapporto tra i boomer e la Gen Z… 

Oh, mamma mia! Mannaggia … che figuraccia (ride). Che tipo di boomer sono? Uno molto attento ai bisogni dei giovani e curioso di come loro decidono di impostare la loro vita, anche per quanto riguarda la musica, qualsiasi espressione del loro modo di essere nel mondo. Le cose belle le fanno anche i giovani di oggi, ci sono tanti artisti tra di loro. Ognuno di loro cerca di farsi vedere, di farsi notare.

Ci sono altri progetti in cantiere?

Ci sono alcuni progetti belli in cantiere, adesso farò due concerti. Ho un’orchestra di cinquanta elementi ed ho delle partiture enormi. La mia è musica pop. Questi saranno eventi imminenti, stiamo già facendo le prove. Faccio parte dell’Orchestra Sinfonica del Molise, che è molto interessante tanto che dovremmo continuare anche il prossimo anno. Inoltre, continuerò a sognare con il mio gruppo. Siamo un gruppo piccolo ma interessante.   

Una curiosità: da grande cosa farà?

Vorrei continuare a dare sfogo ai miei sogni … musicalmente parlando.

Il varietà è vita

di Barbara Fabbroni

Sono un tipo estetico, asmatico, sintetico, simpatico, cosmetico. Amo la Bibbia, la Libbia, la fibbia delle scarpine delle donnine carine, cretine. Sono disinvolto, raccolto, assolto “per inesistenza del reatoHo una spiccata passione per il Polo Nord, il Nabuccodonosor, i lacci delle scarpe, l’osso buco e la carta moschicida. Sono omerico, isterico, generico, chimerico (E. Petrolini)” e in fondo “Sono contento che nessuno mi abbia insegnato a recitare: perché così, non sapendo recitare, recito benissimo (E. Petrolini)”. Il varietà che cosa sarebbe se non ci fossero artisti che si costruiscono con passione e determinazione? L’arte è racchiusa all’interno di un palco dove il ventaglio variegato della sua declinazione si rende visibile allo spettatore attento e curioso, divertito e affascinato. Sior Mirkaccio ha fatto della sua arte un’opera d’arte creando uno spazio artistico assieme a Madame de Freitas che in una Roma accogliente dipana il filo creativo della sua cifra artistica. Ci racconta e si racconta all’interno di un itinerario che attraversa in brevissimo tempo i momenti della sua vita.

Perché il nome Sior Mirkaccio?

Il varietà è un palcoscenico. Il nome d’arte è come mettersi già sul palcoscenico. Sior Mirkaccio è un personaggio e in quanto tale esce da un mondo immaginario, non si sa dove sia nato. Sbuca ad un certo punto da dietro il sipario, canta, suona, dice le sue baggianate, senza essere riconducibile a un essere umano. Avevo bisogno di un nome d’arte per vivere il varietà. Questa è la mia cifra.

Il varietà, oggi, che cos’è?

Il varietà è la possibilità di agire in scena in maniera indipendente.

Perché?

Perché permette ad ogni artista di realizzare il proprio numero, il proprio act occupandosene al 100%.  

Ovvero?

Essendo spesso autori, attori, registi e musicisti del proprio numero consente di creare connessioni con gli artisti e i musicisti che fanno parte del cast. In pratica di creare delle condizioni, le migliori, perché loro possono realizzare sé stessi.

Nello spettacolo di varietà ci sono ancora le soubrette?

Certo che ci sono le soubrette nel varietà! Il varietà può essere la metafora della società fluida, perché il varietà è uno spettacolo individuale e individualista. È uno spettacolo in cui ogni peculiarità viene valorizzata, non è omologante. È uno spettacolo che si può svolgere in ogni luogo, non è uno spettacolo stabile, per questo anche è fluido. Sono caratteristiche virtuose perché sono funzionali all’espressione e alla libertà. 

Da economia e commercio al mondo della musica per dar vita a un sogno?

Sì, ma è durata poco questa esperienza. Poi, ho deciso, sebbene la mia famiglia non mi appoggiasse, di seguire la mia passione così da farla diventare il mio mestiere, il mio lavoro. Non avrei né potuto né voluto fare altro.  

Il tuo locale da chi è frequentato?

È un pubblico molto eterogeneo, abbiamo la persona elegante e quello con la cresta. Ci sono tanti giovanissimi, questo mi fa molto piacere. Credo che l’eterogeneità del pubblico sia la massima soddisfazione nel lavoro che faccio. Inoltre, ti fa comprendere che il tipo di proposta che noi facciamo con il nostro varietà sia fruibile a tutte le età. Questo ci fa comprendere che non è giusto targhettizzare un pubblico piuttosto che un altro, poiché se avessimo dovuto targhettizzare il nostro pubblico avremmo dovuto dare a ognuno una cosa differente. Pochissimi sono nel target a cui potrebbe rivolgersi un autore televisivo. Questo dà il senso come si possa coinvolgere un pubblico proponendo il proprio stile e la propria idea artistica.

Che cosa proponete nei vostri spettacoli? 

La musica dal vivo è protagonista. Io suono un vecchio pianoforte del 1913 a coda tedesco. Un pianoforte appartenuto a Benedetto Michelangeli. Poi, c’è un ottimo sassofonista, un mitico batterista e la sciantosa Madame De Freitas. Nel varietà proponiamo duetti, vecchie canzoni di Fred Buscaglione, spettacoli sia di magia sia di burlesque. Abbiamo un macchiettista che fa la canzone napoletana e poi tutto un repertorio di swing italiano degli anni ’30, ‘40 e ‘50. Tendenzialmente nel varietà ci sono canzoni e numeri artistici, come possono essere quelli di magia o il burlesque. L’arte è protagonista assoluta del nostro spettacolo dalle ventidue e trenta fino alla chiusura che generalmente è alle quattro di mattina.

L’intrattenimento dal vivo è la tua linfa vitale?

L’intrattenimento dal vivo è la mia vitaSvolgo un’attività quotidiana, rivolgendomi a un piccolo pubblico e vivendo il momento. 

Perché far nascere un luogo fisso come il tuo locale?

Volevamo valorizzare la scena del Nuovo Varietà Italiano con un locale creato da artisti, con amore e idealismo, sognavamo di poter consegnare a Roma e al mondo una piccola cosa che mancava, da visitare se in viaggio e da frequentare abitualmente se di zona, un cabaret all’antica dove potersi sentire altrove e a casa. 

E di giorno cosa fai?

Durante il giorno ho bisogno di riposarmi e di suonare a casa. Per anni non ho avuto né tempo né voglia di registrare un disco. Però era da fare, c’era troppo materiale che chiedeva di essere valorizzato e messo in ordine.

La tua vita in una frase?

Notti intere incollato al pianoforte cantando le mie canzoni o brani di cent’anni fa, migliaia di persone di ogni età e da ogni parte del mondo, ore trascorse sul palco e in camerino con le persone che amiamo e la realizzazione di un sogno.

L’incontro con Simone Cristicchi cosa porta nella tua vita?

Ci siamo incontrati in Maremma, abbiamo iniziato una collaborazione che mi ha portato a Roma come ospite di una trasmissione su Radio2. A Roma ho iniziato a fare un po’ di “porta a porta” in tutti i locali cercando di capire com’era la scena musicale romana. 

Come l’hai trovata?

Molto fertile e aperta a ciò che stavo facendo così mi sono trasferito definitivamente costruendo il mio locale di varietà con Madame de Freitas. 

C’è un artista, un autore a cui ti ispiri?

Il problema è che mi ispiro a dei giganti inarrivabili.

Meglio volare alto, non credi?

Chi scrive canzoni inevitabilmente si ispira ai Maestri sia del passato sia del presente. Puoi ispirarti anche al Petrarca, io porto a casa il mio piccolo prodotto e lui Il Canzoniere. Comunque, i miei tanti Maestri sono, solo per citarne alcuni, Petrolini, Macario, Nino Taranto. 

Il tuo spettacolo va in tour?

Con Madame De Freitas abbiamo deciso di trovare una stabilità dopo aver passato molti anni a vivere in maniera itinerante con più di centocinquanta date all’anno. Avevamo bisogno di un luogo stabile.   

Da grande cosa farai?

Non lo so! Spero di vivere a sufficienza. Farò esattamente quello che ho sempre voluto fare nella vita: musica.

Vivo di musica

La musica è passione, essenza ed esistenza. Vivere di musica è per un musicista la meta più ambita e ricercata, il luogo magico dove approdare, scendere a terra e iniziare il viatico artistico come se fosse la traccia magica di un sogno che conduce verso la felicità. 

Phebo ci insegna che la vita è passione, sogno, determinazione, sfida, volontà. La vita è un tempo ristretto di cui non conosciamo la scadenza che va assaporata e vissuta con cura. Lui ci insegna ad andare oltre la nostra esistenza fatta di inutili apparenze, in cui rischiamo di perderci. Phebo canta la voglia di perdersi, al contrario, in un mondo fuori dal tempo comune. Un mondo in cui si riesca a sognare di volare, senza rincorrere sempre quello che non ci appartiene: la felicità è già in ciò che abbiamo. Phebo cita Heidegger e questo mi invita ad argomentare un itinerario virtuoso dove l’essere nel mondo si coniuga e declina nel significato denso della sua cifra esistenziale di mondo e di persona. L’essere nel faccia-a-faccia tra persona-e- persona come ben ci dice il filosofo ci fa incamminare in quel sentiero della vita autentica di cui l’umana natura ha un bisogno infinito. “La storia del tempo perduto” è un confronto tra un tempo passato, più sociale, e quello di adesso, più social. “Volevo raccontare l’abuso che facciamo di questi, dove i contatti vengono scambiati per amici e si perde la vera interazione”, dice Phebo. In fondo, “il linguaggio è la casa della verità dell’essere (M. Heidegger)”. Il linguaggio di Phebo nelle sue canzoni cerca di tradurre la cifra dell’esistenza nella sua verità esistenziale regalando uno spazio alchemico per riflettere. Poiché “il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo(M. Heidegger)”. Phebo in questo nostro incontro mi ha permesso di accedere alla casa del suo essere profondo e intenso, di questo gli sono grata poiché ogni vita vera è incontro.

Chi è Phebo?

Sono una persona che dedica, a tutto tondo, il suo tempo alla musica. La musica è la mia compagna di viaggio sin da quando ero ragazzo. Sono cresciuto con i miei zii che erano musicisti. Da sempre ho avuto la passione per gli strumenti musicali, per la musica in genere. Sin da piccolo sapevo che la mia strada era quella del musicista, tutto è accaduto in maniera spontanea. Pensa che da bambino preferivo suonare il mio strumento piuttosto che scendere in cortile a giocare con il pallone.

La storia del tempo perduto” cosa racconta?

È un po’ il confronto tra le generazioni. Il messaggio che ho voluto dare, parlando proprio del tempo perduto, si riferisce a quelli che erano, per me, gli anni belli, dove c’era più rapporto sociale e meno rapporto social. Ho cercato di mettere a confronto questi due periodi. Non voglio puntare il dito contro quello che può essere il mondo digitale e virtuale però bisogna sempre farne buon uso, perché l’abuso di ogni cosa ne distorce il senso e l’utilità di uno strumento. “La storia del tempo perduto” parla di questo e mette a confronto gli anni ’90 con l’oggi.  Nel videoclip c’è anche una pillola proiettata nel futuro.

Dove è nata l’ispirazione di scrivere questo brano?

Era una serata normalissima a cena tra amici in un ristorante. Ho posto l’attenzione su quanto oggi siamo abituati a vedere persone con la testa bassa sullo smartphone, sebbene siano al tavolo con altre persone. Spesso, anche le coppie preferiscono guardare il cellulare invece di parlare. Rendermi conto di questo, mi ha acceso un campanello d’allarme. Se ci pensi bene WhatsApp è il nostro alter comunicativo. Le relazioni sono profondamente trasformate eppure basterebbe poco: alzare gli occhi e parlare. Invece, si crea una relazione con lo smartphone piuttosto che con gli amici a cena. Quanti genitori danno lo smartphone o il tablet a bimbi piccoli purché stiano buoni, così per un paio d’ore stanno zitti. I bimbi prima socializzavano, andavano al parco, si divertivano, interagivano con i coetanei. Oggi è tutta un’altra storia.

E la Gen Z?

Sai cosa credo?

Dimmi?

Tutto dipende da una buona educazione. Bisogna saper dosare un po’ di tutto qualunque sia la generazione, la crescita delle persone, il tipo di percorso che un individuo fa. Possiamo parlarne all’infinito! Poi sai cosa c’è: tendiamo a paragonare sempre con quello che abbiamo vissuto in prima persona, ma i tempi cambiano, si modificano, sono in continua evoluzione.  Io a esempio, faccio determinati discorsi con mio nipote e giustamente, dai suoi diciott’anni certe cose non le capisce. 

Lui è la generazione Z a pieno titolo?

Tant’è che mi dice: “che stai a dire?”, quindi chiaramente quello che racconta un falso sono ai suoi occhi io. Per loro è normalità e noi nella loro normalità non ritroviamo noi stessi.  

Il tempo che cos’è?

Il tempo è un gran dono e dobbiamo saperlo sfruttare al meglio. Non voglio fare il buon samaritano, nel senso che noi abbiamo a disposizione un tot di tempo, non sappiamo quanto, che è chiamato vita. Certo il fatto che io possa svegliarmi la mattina ed essere, comunque vada, positivo è già una fortuna. Tutto ciò riflette in questo brano. Nel testo sottolineo che non è tutto così scontato. Anche un abbraccio non è scontato e dobbiamo gustarcelo. Come ti dicevo nessuno sa quanto tempo ha a disposizione, per questo dobbiamo sfruttarlo al meglio facendo cose che nutrono e soddisfano, non va mai sprecato un solo attimo. 

Quanta storia di vita c’è in ogni persona?

Ogni persona ha la sua storia, io ho la mia, tu hai la tua, e questo ci porta ad essere unici, speciali. 

La nostalgia perché è così incisiva nelle persone?

Qualche giorno fa mi è capitato di ritrovare una vecchia foto, ecco lì ho provato nostalgia. Era una foto scattata sotto casa con mia sorella, è stato un attimo. Oggi la nostalgia che mi ha stimolato quella foto è legata a quel periodo nel momento in cui lo stavo vivendo. Era un momento, l’attimo raccolto da quella foto, mi ha riportato alla mente quando ero un ragazzo, l’ingenuità di quel tempo e forse anche meno responsabile, più leggero. Si viveva in maniera molto più leggera. Credo che la nostalgia venga perché vorresti tornare a quei momenti, ma non è possibile. Ti fa riflettere con più maturità su ciò che avresti fatto, sulle scelte prese e allora dici: ma che bello che era. È bello pensare anche agli errori fatti in passato, a quello che hai vissuto all’epoca consapevole del fatto che oggi lo faresti in maniera diversa.  

Entusiasmo e passioni come si coltivano?

Entusiasmo e passioni vanno di pari passo rispetto a un progetto sia lavorativo sia di vita. La musica è sia il mio lavoro sia la mia passione, perché per me è vita, è la mia vita. Per avere entusiasmo bisogna sempre avere stimoli di cose nuove, essere curiosi. Io, per carattere, non sono una persona che si culla, voglio sempre scoprire cose nuove. Sono un cantautore, ma amo approfondire, cercare, scoprire. L’entusiasmo è questo: è saper approfondire, non fermarsi, non cullarsi.

La felicità che cos’è?

La felicità è sapersi accontentare di quello che si ha. Spesso la cerchiamo in situazioni impossibili senza renderci conto di quello che abbiamo, lo diamo per scontato, non ci poniamo attenzione. Così rincorriamo chimere irraggiungibili e siamo eterni insoddisfatti. 

Chi è il tuo pubblico?

Il mio pubblico sono le persone che capiscono ciò che voglio fare con la musica.

Ovvero, che cosa vuoi fare con la musica?

Voglio trasmettere i miei testi. Spesso incontro persone che mi fermano per strada e mi dicono che ascoltando la mia musica si sono rivisti perfettamente nel testo. Ecco, per tornare alla tua domanda, il mio pubblico è questo! Io metto la mia musica a disposizione degli altri. L’arte in generale è fatta per gli altri. Non scrivo canzoni per farle rimanere mie. Oggi, purtroppo, siamo abituati a canzoni leggere, facili. La mia è una musica e parole da ascoltare che fanno riflettere che stimolano pensieri ed emozioni.  

Con la tua musica regali una favola?

Regalo delle favole. Desidero che ogni mio brano sia una favola differente. Ho scritto e scrivo sogni che sono proiezioni di una favola. La favola è un sogno. Non ci costa nulla. È bello sognare. Con “La storia per tempo perduto” ho voluto con il videoclip far diventare la canzone una sorta di colonna sonora, un racconto dove il messaggio è stato messo sotto forma di favola.

Ma tu sogni mai? 

Io sogno spesso, sono un sognatore a tutto tondo. Inseguo il mio sogno da anni, in parte l’ho già realizzato: riuscire a vivere di quella che è la mia passione. Vivo di musica ormai da 26 anni, a differenza di tanti colleghi, tante persone che come me hanno iniziato ma non riescono a fare solo questo nella vita. Mi sento un privilegiato, un sognatore. Il sogno è collegato al mio essere musicista. Volevo dirti: mi fai delle domande bellissime che alla fine si collegano l’una con l’altro. Grazie, grazie davvero. 

Grazie a te! Progetti futuri? 

In primavera uscirà un brano, in realtà è già pronto. Andrà ad aggiungersi ad altri cinque brani. In quel brano mi giocherò una carta che in molti la ritengono scontata.

Quale carta?

La carta della semplicità, voglio che la prossima canzone arrivi diretta nella testa, nel cuore delle persone, in maniera più semplice possibile.  

Una vita in viaggio fino alla fine dei miei giorni

di Barbara Fabbroni

Va in scena al Teatro Anfitrione: “Regine di carta”. Una commedia oltre che corale divertente. Narra le vicissitudini di quattro attrici, impegnate nelle riprese del sequel televisivo di un noto show degli anni ’90. Un tuffo che dal passato vive nel presente come a ricordare che ogni vita vera è una commedia vissuta da raccontare, confrontare e accarezzare. Le quattro attrici, divise tra il lavoro sul set e la vita privata, vivono innumerevoli peripezie, raccontano emozioni e sensazioni che penetrano oltre la scena arrivando a toccare l’anima dello spettatore. Un dialogo quello tra le protagoniste di “Regine di carta” e lo spettatore che si cuce nell’altalenante andare dalla vita che racchiude in sé luce e ombra, sole e luna, passione e delusione, ansia e gioia, possibilità e fallimento. Leggi tutto