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La musica è vita

di Barbara Fabbroni

La musica ha il potere di modellare l’estetica e il pensiero di intere generazioni attraversando le epoche storiche tanto da porsi come punto di snodo essenziale. La musica ha la sua alchimia che si incide profondamente nell’animo umano. Il Rock ‘n’ Roll ha segnato un’epoca di rinascita, la voglia di emergere e uscire fuori dal buio, ha portato una ventata di possibilità e realtà. Il Rock ’n’ Roll rappresentava una musica di rottura. La particolarità era proprio la forte relazione stretta con il ceto medio-basso della società americana: la classe operaia e i giovani ispirarono i cantanti che integrarono le varie componenti della vita, del sesso e della religione, della mente e del corpo, del lavoro e del tempo libero, del piacere e della sofferenza nelle loro canzoni. Ancora oggi è essenza vitale per alcune band che come i “The Fuzzy Dice”. In fondo, “Senza una canzone, il giorno non ha fine… senza una canzone, un uomo non ha amici… senza una canzone, la strada non ha curve (E. Presley)”. Raccontare emozioni, vissuti, esperienze attraverso la musica anni ’50 e ’60 è ciò che Teddy Ubaldo con il suo gruppo cerca di fare. Lui, frontman della sua band, ama i fumetti e colleziona vinili. “Quando ero un ragazzo ero un sognatore. Leggevo i fumetti ed ero l’eroe di quei fumetti. Andavo al cinema ed ero l’eroe dei film. Adesso ogni mio sogno è diventato realtà un milione di volte (E. Presley)”. Sembra di ritrovarlo nelle parole di quello che è la sua principale fonte di ispirazione: Elvis Presley. Non poteva che essere così considerando che Teddy è cresciuto a latte ed Elvis. Anche lui come il suo idolo ha sempre custodito in sé il suo sogno e ben si sa che “Per tutti quelli che hanno un sogno” – è bene seguirlo – “Non fermatevi agli ostacoli che vi si presentano, continuate verso quel sogno (E. Presley)”. Teddy si è raccontato con partecipazione ed emozione.

Come nasce il nome della band: “The Fuzzy Dice?

In maniera simpatica. Correva l’anno 2012, eravamo in live, un signore texano vedendo i “fuzzy dice”, ovvero “i dadi pelosi” – vengono messi sugli specchietti retrovisori delle auto, che erano nel nostro furgone acquistato da Lorenzo, il mio pianista – ha commentato in maniera simpatica. Così da quella situazione divertente è nato il nome della nostra band. 

I “The Fuzzy Dice” come nascono?

Il mio desiderio da sempre era quello di dar vita a una band anni ’50.

Perché gli anni ’50?

Nasco con quel tipo di influenza poiché da quando ero piccolo mio padre mi faceva ascoltare la musica di Elvis. Era un grande appassionato e quel tipo di musica accompagnava le mie giornate. 

E poi?

Questa cosa mi ha accompagnato fino all’adolescenza e anche di più fintantoché non ho incontrato dei ragazzi che già suonavano. Insieme abbiamo creato la band Rock ’n’ Roll anni ’50 e ’60 nel 2012.

Il pubblico, cosa pensa di voi? Vi segue considerando che il vostro tipo di musica appartiene a una storia passata?

Il consenso del pubblico è positivo, ci ama, ci segue. Nel corso degli anni durante le nostre serate live abbiamo il nostro seguito. È un pubblico che ha imparato a conoscerci e ad apprezzare quello che facciamo.

I Social per voi sono importanti?

Assolutamente, ci aiutano a farci conoscere soprattutto al pubblico più giovane. Attraverso le nostre pagine social interagiamo con il nostro pubblico cosa che ci permette di farci conoscere ancora meglio. La gente ci segue e questo ci rende orgogliosi. 

Da chi è formata la band?

Io sono il frontman, poi c’è Lorenzo Fantini (piano e voce), Matteo Fantini (contrabbasso e voce), Filippo Del Piccolo(chitarra e voce) ed Elvis Di Natale (batteria).

Come vi siete conosciuti?

Con Matteo, Lorenzo e Filippo ci siamo conosciuti nel 2012 in un locale dove stavamo ascoltando musica live, da lì è partito tutto. 

Dal 2012 di strada ne avete fatta tanta, con collaborazioni importanti?

Sì! Da allora di strada ne è stata fatta tanta, abbiamo avuto prestigiose collaborazioni con Bobby Solo e con la Little Tony Family. Sono personaggi storici della musica italiana. Poi con zio Bobby, come si fa chiamare lui, pensa mi definisce il nipote del Rock ’n’ Roll, abbiamo un rapporto splendido, lui è un artista straordinario. È un uomo d’altri tempi con una bontà d’animo immensa. 

Si apprende molto da questi grandi artisti, non credi?

Assolutamente si! Da lui ho preso ispirazione e inoltre Bobby ti insegna, ti aiuta, ti fa sentire l’anima della musica, del Rock ’n’ Roll. Collaborare con lui è davvero speciale, abbiamo un bel feeling.

Il vostro ultimo lavoro?

È uscito un singolo nell’estate 2022, si chiama “Portofino”. È un brano scritto da Romano Palmieri prodotto da Andrea Fresu, composto a quattro mani da Emiliano Palmieri e Anna Muscionico. Un brano travolgente e carismatico, in linea con lo stile che in questi anni è diventato per loro un vero e proprio marchio di fabbrica. Il risultato di una costante e ispirata ricerca verso un concetto di musica universale e cosmopolita. 

Che cosa rappresenta per voi questa canzone?

Questa canzone nasce dalla necessità e dalla voglia, dopo dieci anni di attività live, di creare qualcosa di inedito l’idea era quella di realizzare una sorta di biglietto da visita che ci potesse rappresentare anche a livello discografico. L’obiettivo era quello di riprendere sonorità del passato, ma con uno sguardo rivolto verso il futuro. “Portofino” rappresenta un passo in avanti a livello artistico; un salto di qualità, per noi che in questi anni ci siamo dedicati anima e corpo all’attività dal vivo, calcando numerosi palchi, arrivando a poter vantare una rodata esperienza on stage.

La musica per te che cos’è? 

La musica è vita. È qualcosa di indescrivibile di cui non riesco a fare a meno. È qualcosa che mi prende mentalmente. È linfa vita, per me è tutto e il tutto.

La Generazione Z cosa pensa del tuo modo di fare musica?

Non ci aspettavamo che il pubblico giovanile, dai 18 ai 30 anni, restasse coinvolto dal nostro modo di fare musica. Tuttavia, il Rock ‘n’ Roll è molto orecchiabile, riesce a coprire una fascia di età molto ampia. Il Rock ‘n’ Roll è un evergreen. Sono contento che molti giovani scoprono questo genere musicale e poi si appassionano alla musica vintage. 

L’artista a cui ti ispiri?

La mia fonte di ispirazione è Elvis Presley. Lui, per me, è l’artista principale.

I vostri abiti di scena si ispirano agli anni del Rock ‘n’ Roll?

Si! Noi siamo sempre alla ricerca di abiti vintage di quel periodo. È tutto pensato a quel periodo che va dagli anni ’50 agli anni ’60. Anche le scarpe sono le black and white. 

Siete un tuffo nel passato?

Ci manca solo la Cadillac rosa di Elvis!

Quanto è difficile imporsi nel panorama musicale?

Molto, molto difficile. Noi abbiamo fatto un processo lungo fatto di anni e anni di lavoro, serate, sudate, fatiche, chilometri e chilometri di date. Dopo dieci anni, abbiamo iniziato ad avere un po’, tra virgolette, di successo. Non ci sentiamo delle star, siamo persone che amano il loro lavoro e cercano di dare sempre il meglio senza lasciare nulla al caso. È bello sognare e andare avanti.

Progetti?

Ci sono in arrivo nuovi singoli, tra cui una collaborazione con un artista della musica italiana di cui ancora non posso svelare il nome. 

Le tue passioni oltre la musica?

I fumetti … sono un amante di fumetti horror: Dylan Dog. Un amore che risale al tempo della mia adolescenza. Faccio collezione di vinili.

Se tu avessi la macchina del tempo, da poter tornare indietro negli anni, in quale epoca vorresti vivere?

A cavallo tra gli anni ‘50 e ’60.

Perché?

Erano anni favolosi, tutto accadeva con facilità. C’era il boom economico. Non parlo dell’Italia degli anni ’50 ma dell’America, lì nasceva tutto.   

Hai mai pensato di trasferirti in America nel tempio della musica che ami suonare?

Sarebbe bellissimo. Però … comunque mi accontento di andare a gennaio a fare un viaggio nell’America del Sud: Menphis, New Orleans.  

Ultima domanda: da grande cosa farai?

Continuerò a fare ciò che amo: il cantante. 

Non voglio insegnare niente a nessuno

di Barbara Fabbroni

Ironico, divertente, intelligente, creativo: Gianni Mazza continua a sorprenderci e incuriosirci. È in libreria il suo libro “Non mi ricordo una mazza. Trattato di amnesia consapevole” edito dalla Bertoni Editore. È un libro che si legge, si guarda e si ascolta, un testo che fa emozionare e ricordare momenti leggeri e spensierati. In questa opera autobiografica, Gianni Mazza, ricostruisce la sua carriera di oltre sessant’anni, ripercorrendone tutte le tappe: i suoi esordi e le prove col gruppo nel salottino di casa, le prime esperienze come compositore, le tournée in giro per il mondo con Little Tony, gli spettacoli teatrali, la televisione. Il suo è un immenso curriculum che si intreccia nella sua vita di uomo dando vita a una trama raffinata e intensa. La musica, la famiglia, gli affetti, le passioni e i rapporti costruiti negli anni con gli artisti che con lui hanno, via via, collaborato sono le fondamenta dove la trama narrativa del suo dialogare si ricama e arricchisce. Un libro, il suo, da leggere tutto d’un fiato che permette di accedere in un mondo nel mondo di un uomo che ha tracciato la storia dell’avanspettacolo a cavallo tra gli anni ’80 e fine anni ’90 e ancora ha molto da dire, da offrire, da condividere. Si racconta e ci racconta il suo mondo sia intimo sia pubblico con passione e creatività, con leggerezza e profondità.

Come è possibile che non si ricorda una Mazza?

Non è possibile, è possibilissimo! Da sempre sono conosciuto come uno distratto. 

Distratto, perché?

Forse perchè non me ne frega niente, se non lo so, non so. Sono un distratto che sta sempre fra le nuvole. Il fatto che non mi ricordo una mazza è vero, poi mi vengono a mente le cose, ma in ritardo. Bisogna un po’ calarsi negli anni dei ricordi che, ahimè, avendo una certa età è faticoso. 

Il non ricordarsi è un meccanismo di difesa oppure un comportamento evitante?

Secondo me è un meccanismo di difesa. Perché ci sono tante cose che è bene non ricordare. Il non ricordare è comunque un bell’alibi. Aiuta. Ti protegge. Evita alcune sofferenze o delusioni. 

Come fa un’amnesia ad essere consapevole?

Nel libro lo spiego bene. Devo avere qualcosa di psicologico che mi porta a non ricordare. 

C’è qualcosa di specifico che non ricorda?

Non ricordo le parole delle canzoni, le note si, ma non le parole, devo avere sempre lo spartito davanti con le parole, altrimenti mi perdo. Quando devo ricordare una canzone mi perdo completamente, non mi ricordo neanche l’inizio. 

Potrebbe essere una coperta di Linus?

Certo! Si, si.

Come e perché arriva il libro?

Il libro arriva durante la pandemia, in quei giorni tremendi dove eravamo ai domiciliari. Con il Covid non potevamo uscire, c’erano solo comunicati tremendi, la paura che faceva da padrona, i morti, l’angoscia per quello che poteva accadere. La casa era l’unico posto apparentemente sicuro, per uscire alcune persone affittavano anche i cani, era una situazione incredibilmente surreale. Così ho iniziato, per passare il tempo, a rimettere insieme la mia biografia, i miei appunti, a scrivere qualcosa. Una cosa tira l’altra. Alla fine, mi sono trovato tantissimo materiale sebbene non ho mai pensato potesse diventare un libro.

Invece?

Sono andato avanti. Sebbene mi chiedessi a chi potesse interessare. Così ho unito al passato l’attualità ricollegando ogni tappa significativa della mia vita dalla televisione alla musica. Il mio lavoro di musicista è stata la macchina di tutto. È nato il libro! 

Una sorta di biografia?

È una sorta di biografia, esatto. Può essere interessante perché si intravede l’epoca dove si dipana la mia professione. Una cronistoria dell’Italia artistica. Ci sono degli eventi che segnano la mia carriera e al tempo stesso racchiudono un’epoca storica significativa del mondo dello spettacolo in alcuni anni precisi. Non voglio insegnare niente a nessuno, anzi, ci fosse qualcuno che lo volesse fare con me sarebbe piacevole. 

Da un piacevole passatempo durante la pandemia è nato una narrazione della storia televisiva italiana degli anni ’80-’90?

Alla fine, si! Senza volerlo, è nato tutto casualmente intrecciando i ricordi, le foto, la musica, le canzoni, i filmati dell’epoca. Però così è stato, e così è!

La trasmissione a cui è più affezionato?

Le ho amate tutte. La risposta potrebbe essere facile citando una delle varie trasmissioni che ho fatto, però diciamo che sono grato a tutte queste trasmissioni oltre che a tutte le persone che me le hanno fatte fare. 

C’è qualcosa, di tutte queste trasmissioni, che si ricorda ma soprattutto che ancora la emoziona?

Mi rendo conto di essere un personaggio sorridente nell’immaginario delle persone. Sono una persona dedita al sorriso, allo scherzo, alla leggerezza, a qualcosa di piacevole, questo è importante e bellissimo. Mi piace quando le persone che mi riconoscono ed hanno voglia di farmelo vedere, mi sorridono …  questo è bello, ti scalda il cuore. È determinante, vuol dire che hai lasciato e regalato qualcosa al tuo pubblico. Poi penso: qualcosa ho fatto! È bello. 

Essere riconosciuti è importante.

Non solo essere riconosciuti ma essere abbinati a qualcosa di piacevole, di divertente, di non stupido, di non volgare. Questo non solo è importante ma è anche un colpo di fortuna. Beh, sono stato fortunato.

Quanto è cambiata la televisione nel corso di questi anni?

Oh, mamma mia! Siamo anche cambiati noi, non solo la televisione. All’epoca eravamo più scherzosi, più leggeri, avevamo voglia di ridere. Oggi siamo circondati da situazioni poco belle che non ci fanno sperare. È cambiato molto. Questo lo penso io alla mia età, sarebbe interessante comprendere cosa pensa un venticinquenne di oggi. La cosa preoccupante è il pensiero di domani, a me non riguarda molto, ma rifletto sui giovani. Penso a mia figlia, a mia nipote e così a tutti i nipoti, figli del mondo. Non stiamo vivendo in una situazione piacevole.   

E i talent?

Non sono fatti male, ma sono inutili.

Cosa le manca degli anni passati?

La tranquillità. 

Perché?

Quando facevo le trasmissioni eravamo tutti più spontanei, più aperti verso il mondo intero. E poi mi manca il mare, la gioia di andare tranquillo lasciando la terra emersa, andare in giro in barca con tranquillità. Non è che non si possa fare ma non si possono lasciare a terra tutti i pensieri … oggi di pensieri ce ne sono tanti, troppi.

Che tipo di boomer è?

Boomer è una parola che non conosco! È sconosciuta. Mi ha preso in castagna.

Si parla tanto del rapporto tra i boomer e la Gen Z… 

Oh, mamma mia! Mannaggia … che figuraccia (ride). Che tipo di boomer sono? Uno molto attento ai bisogni dei giovani e curioso di come loro decidono di impostare la loro vita, anche per quanto riguarda la musica, qualsiasi espressione del loro modo di essere nel mondo. Le cose belle le fanno anche i giovani di oggi, ci sono tanti artisti tra di loro. Ognuno di loro cerca di farsi vedere, di farsi notare.

Ci sono altri progetti in cantiere?

Ci sono alcuni progetti belli in cantiere, adesso farò due concerti. Ho un’orchestra di cinquanta elementi ed ho delle partiture enormi. La mia è musica pop. Questi saranno eventi imminenti, stiamo già facendo le prove. Faccio parte dell’Orchestra Sinfonica del Molise, che è molto interessante tanto che dovremmo continuare anche il prossimo anno. Inoltre, continuerò a sognare con il mio gruppo. Siamo un gruppo piccolo ma interessante.   

Una curiosità: da grande cosa farà?

Vorrei continuare a dare sfogo ai miei sogni … musicalmente parlando.

Il varietà è vita

di Barbara Fabbroni

Sono un tipo estetico, asmatico, sintetico, simpatico, cosmetico. Amo la Bibbia, la Libbia, la fibbia delle scarpine delle donnine carine, cretine. Sono disinvolto, raccolto, assolto “per inesistenza del reatoHo una spiccata passione per il Polo Nord, il Nabuccodonosor, i lacci delle scarpe, l’osso buco e la carta moschicida. Sono omerico, isterico, generico, chimerico (E. Petrolini)” e in fondo “Sono contento che nessuno mi abbia insegnato a recitare: perché così, non sapendo recitare, recito benissimo (E. Petrolini)”. Il varietà che cosa sarebbe se non ci fossero artisti che si costruiscono con passione e determinazione? L’arte è racchiusa all’interno di un palco dove il ventaglio variegato della sua declinazione si rende visibile allo spettatore attento e curioso, divertito e affascinato. Sior Mirkaccio ha fatto della sua arte un’opera d’arte creando uno spazio artistico assieme a Madame de Freitas che in una Roma accogliente dipana il filo creativo della sua cifra artistica. Ci racconta e si racconta all’interno di un itinerario che attraversa in brevissimo tempo i momenti della sua vita.

Perché il nome Sior Mirkaccio?

Il varietà è un palcoscenico. Il nome d’arte è come mettersi già sul palcoscenico. Sior Mirkaccio è un personaggio e in quanto tale esce da un mondo immaginario, non si sa dove sia nato. Sbuca ad un certo punto da dietro il sipario, canta, suona, dice le sue baggianate, senza essere riconducibile a un essere umano. Avevo bisogno di un nome d’arte per vivere il varietà. Questa è la mia cifra.

Il varietà, oggi, che cos’è?

Il varietà è la possibilità di agire in scena in maniera indipendente.

Perché?

Perché permette ad ogni artista di realizzare il proprio numero, il proprio act occupandosene al 100%.  

Ovvero?

Essendo spesso autori, attori, registi e musicisti del proprio numero consente di creare connessioni con gli artisti e i musicisti che fanno parte del cast. In pratica di creare delle condizioni, le migliori, perché loro possono realizzare sé stessi.

Nello spettacolo di varietà ci sono ancora le soubrette?

Certo che ci sono le soubrette nel varietà! Il varietà può essere la metafora della società fluida, perché il varietà è uno spettacolo individuale e individualista. È uno spettacolo in cui ogni peculiarità viene valorizzata, non è omologante. È uno spettacolo che si può svolgere in ogni luogo, non è uno spettacolo stabile, per questo anche è fluido. Sono caratteristiche virtuose perché sono funzionali all’espressione e alla libertà. 

Da economia e commercio al mondo della musica per dar vita a un sogno?

Sì, ma è durata poco questa esperienza. Poi, ho deciso, sebbene la mia famiglia non mi appoggiasse, di seguire la mia passione così da farla diventare il mio mestiere, il mio lavoro. Non avrei né potuto né voluto fare altro.  

Il tuo locale da chi è frequentato?

È un pubblico molto eterogeneo, abbiamo la persona elegante e quello con la cresta. Ci sono tanti giovanissimi, questo mi fa molto piacere. Credo che l’eterogeneità del pubblico sia la massima soddisfazione nel lavoro che faccio. Inoltre, ti fa comprendere che il tipo di proposta che noi facciamo con il nostro varietà sia fruibile a tutte le età. Questo ci fa comprendere che non è giusto targhettizzare un pubblico piuttosto che un altro, poiché se avessimo dovuto targhettizzare il nostro pubblico avremmo dovuto dare a ognuno una cosa differente. Pochissimi sono nel target a cui potrebbe rivolgersi un autore televisivo. Questo dà il senso come si possa coinvolgere un pubblico proponendo il proprio stile e la propria idea artistica.

Che cosa proponete nei vostri spettacoli? 

La musica dal vivo è protagonista. Io suono un vecchio pianoforte del 1913 a coda tedesco. Un pianoforte appartenuto a Benedetto Michelangeli. Poi, c’è un ottimo sassofonista, un mitico batterista e la sciantosa Madame De Freitas. Nel varietà proponiamo duetti, vecchie canzoni di Fred Buscaglione, spettacoli sia di magia sia di burlesque. Abbiamo un macchiettista che fa la canzone napoletana e poi tutto un repertorio di swing italiano degli anni ’30, ‘40 e ‘50. Tendenzialmente nel varietà ci sono canzoni e numeri artistici, come possono essere quelli di magia o il burlesque. L’arte è protagonista assoluta del nostro spettacolo dalle ventidue e trenta fino alla chiusura che generalmente è alle quattro di mattina.

L’intrattenimento dal vivo è la tua linfa vitale?

L’intrattenimento dal vivo è la mia vitaSvolgo un’attività quotidiana, rivolgendomi a un piccolo pubblico e vivendo il momento. 

Perché far nascere un luogo fisso come il tuo locale?

Volevamo valorizzare la scena del Nuovo Varietà Italiano con un locale creato da artisti, con amore e idealismo, sognavamo di poter consegnare a Roma e al mondo una piccola cosa che mancava, da visitare se in viaggio e da frequentare abitualmente se di zona, un cabaret all’antica dove potersi sentire altrove e a casa. 

E di giorno cosa fai?

Durante il giorno ho bisogno di riposarmi e di suonare a casa. Per anni non ho avuto né tempo né voglia di registrare un disco. Però era da fare, c’era troppo materiale che chiedeva di essere valorizzato e messo in ordine.

La tua vita in una frase?

Notti intere incollato al pianoforte cantando le mie canzoni o brani di cent’anni fa, migliaia di persone di ogni età e da ogni parte del mondo, ore trascorse sul palco e in camerino con le persone che amiamo e la realizzazione di un sogno.

L’incontro con Simone Cristicchi cosa porta nella tua vita?

Ci siamo incontrati in Maremma, abbiamo iniziato una collaborazione che mi ha portato a Roma come ospite di una trasmissione su Radio2. A Roma ho iniziato a fare un po’ di “porta a porta” in tutti i locali cercando di capire com’era la scena musicale romana. 

Come l’hai trovata?

Molto fertile e aperta a ciò che stavo facendo così mi sono trasferito definitivamente costruendo il mio locale di varietà con Madame de Freitas. 

C’è un artista, un autore a cui ti ispiri?

Il problema è che mi ispiro a dei giganti inarrivabili.

Meglio volare alto, non credi?

Chi scrive canzoni inevitabilmente si ispira ai Maestri sia del passato sia del presente. Puoi ispirarti anche al Petrarca, io porto a casa il mio piccolo prodotto e lui Il Canzoniere. Comunque, i miei tanti Maestri sono, solo per citarne alcuni, Petrolini, Macario, Nino Taranto. 

Il tuo spettacolo va in tour?

Con Madame De Freitas abbiamo deciso di trovare una stabilità dopo aver passato molti anni a vivere in maniera itinerante con più di centocinquanta date all’anno. Avevamo bisogno di un luogo stabile.   

Da grande cosa farai?

Non lo so! Spero di vivere a sufficienza. Farò esattamente quello che ho sempre voluto fare nella vita: musica.

Vivo di musica

La musica è passione, essenza ed esistenza. Vivere di musica è per un musicista la meta più ambita e ricercata, il luogo magico dove approdare, scendere a terra e iniziare il viatico artistico come se fosse la traccia magica di un sogno che conduce verso la felicità. 

Phebo ci insegna che la vita è passione, sogno, determinazione, sfida, volontà. La vita è un tempo ristretto di cui non conosciamo la scadenza che va assaporata e vissuta con cura. Lui ci insegna ad andare oltre la nostra esistenza fatta di inutili apparenze, in cui rischiamo di perderci. Phebo canta la voglia di perdersi, al contrario, in un mondo fuori dal tempo comune. Un mondo in cui si riesca a sognare di volare, senza rincorrere sempre quello che non ci appartiene: la felicità è già in ciò che abbiamo. Phebo cita Heidegger e questo mi invita ad argomentare un itinerario virtuoso dove l’essere nel mondo si coniuga e declina nel significato denso della sua cifra esistenziale di mondo e di persona. L’essere nel faccia-a-faccia tra persona-e- persona come ben ci dice il filosofo ci fa incamminare in quel sentiero della vita autentica di cui l’umana natura ha un bisogno infinito. “La storia del tempo perduto” è un confronto tra un tempo passato, più sociale, e quello di adesso, più social. “Volevo raccontare l’abuso che facciamo di questi, dove i contatti vengono scambiati per amici e si perde la vera interazione”, dice Phebo. In fondo, “il linguaggio è la casa della verità dell’essere (M. Heidegger)”. Il linguaggio di Phebo nelle sue canzoni cerca di tradurre la cifra dell’esistenza nella sua verità esistenziale regalando uno spazio alchemico per riflettere. Poiché “il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo(M. Heidegger)”. Phebo in questo nostro incontro mi ha permesso di accedere alla casa del suo essere profondo e intenso, di questo gli sono grata poiché ogni vita vera è incontro.

Chi è Phebo?

Sono una persona che dedica, a tutto tondo, il suo tempo alla musica. La musica è la mia compagna di viaggio sin da quando ero ragazzo. Sono cresciuto con i miei zii che erano musicisti. Da sempre ho avuto la passione per gli strumenti musicali, per la musica in genere. Sin da piccolo sapevo che la mia strada era quella del musicista, tutto è accaduto in maniera spontanea. Pensa che da bambino preferivo suonare il mio strumento piuttosto che scendere in cortile a giocare con il pallone.

La storia del tempo perduto” cosa racconta?

È un po’ il confronto tra le generazioni. Il messaggio che ho voluto dare, parlando proprio del tempo perduto, si riferisce a quelli che erano, per me, gli anni belli, dove c’era più rapporto sociale e meno rapporto social. Ho cercato di mettere a confronto questi due periodi. Non voglio puntare il dito contro quello che può essere il mondo digitale e virtuale però bisogna sempre farne buon uso, perché l’abuso di ogni cosa ne distorce il senso e l’utilità di uno strumento. “La storia del tempo perduto” parla di questo e mette a confronto gli anni ’90 con l’oggi.  Nel videoclip c’è anche una pillola proiettata nel futuro.

Dove è nata l’ispirazione di scrivere questo brano?

Era una serata normalissima a cena tra amici in un ristorante. Ho posto l’attenzione su quanto oggi siamo abituati a vedere persone con la testa bassa sullo smartphone, sebbene siano al tavolo con altre persone. Spesso, anche le coppie preferiscono guardare il cellulare invece di parlare. Rendermi conto di questo, mi ha acceso un campanello d’allarme. Se ci pensi bene WhatsApp è il nostro alter comunicativo. Le relazioni sono profondamente trasformate eppure basterebbe poco: alzare gli occhi e parlare. Invece, si crea una relazione con lo smartphone piuttosto che con gli amici a cena. Quanti genitori danno lo smartphone o il tablet a bimbi piccoli purché stiano buoni, così per un paio d’ore stanno zitti. I bimbi prima socializzavano, andavano al parco, si divertivano, interagivano con i coetanei. Oggi è tutta un’altra storia.

E la Gen Z?

Sai cosa credo?

Dimmi?

Tutto dipende da una buona educazione. Bisogna saper dosare un po’ di tutto qualunque sia la generazione, la crescita delle persone, il tipo di percorso che un individuo fa. Possiamo parlarne all’infinito! Poi sai cosa c’è: tendiamo a paragonare sempre con quello che abbiamo vissuto in prima persona, ma i tempi cambiano, si modificano, sono in continua evoluzione.  Io a esempio, faccio determinati discorsi con mio nipote e giustamente, dai suoi diciott’anni certe cose non le capisce. 

Lui è la generazione Z a pieno titolo?

Tant’è che mi dice: “che stai a dire?”, quindi chiaramente quello che racconta un falso sono ai suoi occhi io. Per loro è normalità e noi nella loro normalità non ritroviamo noi stessi.  

Il tempo che cos’è?

Il tempo è un gran dono e dobbiamo saperlo sfruttare al meglio. Non voglio fare il buon samaritano, nel senso che noi abbiamo a disposizione un tot di tempo, non sappiamo quanto, che è chiamato vita. Certo il fatto che io possa svegliarmi la mattina ed essere, comunque vada, positivo è già una fortuna. Tutto ciò riflette in questo brano. Nel testo sottolineo che non è tutto così scontato. Anche un abbraccio non è scontato e dobbiamo gustarcelo. Come ti dicevo nessuno sa quanto tempo ha a disposizione, per questo dobbiamo sfruttarlo al meglio facendo cose che nutrono e soddisfano, non va mai sprecato un solo attimo. 

Quanta storia di vita c’è in ogni persona?

Ogni persona ha la sua storia, io ho la mia, tu hai la tua, e questo ci porta ad essere unici, speciali. 

La nostalgia perché è così incisiva nelle persone?

Qualche giorno fa mi è capitato di ritrovare una vecchia foto, ecco lì ho provato nostalgia. Era una foto scattata sotto casa con mia sorella, è stato un attimo. Oggi la nostalgia che mi ha stimolato quella foto è legata a quel periodo nel momento in cui lo stavo vivendo. Era un momento, l’attimo raccolto da quella foto, mi ha riportato alla mente quando ero un ragazzo, l’ingenuità di quel tempo e forse anche meno responsabile, più leggero. Si viveva in maniera molto più leggera. Credo che la nostalgia venga perché vorresti tornare a quei momenti, ma non è possibile. Ti fa riflettere con più maturità su ciò che avresti fatto, sulle scelte prese e allora dici: ma che bello che era. È bello pensare anche agli errori fatti in passato, a quello che hai vissuto all’epoca consapevole del fatto che oggi lo faresti in maniera diversa.  

Entusiasmo e passioni come si coltivano?

Entusiasmo e passioni vanno di pari passo rispetto a un progetto sia lavorativo sia di vita. La musica è sia il mio lavoro sia la mia passione, perché per me è vita, è la mia vita. Per avere entusiasmo bisogna sempre avere stimoli di cose nuove, essere curiosi. Io, per carattere, non sono una persona che si culla, voglio sempre scoprire cose nuove. Sono un cantautore, ma amo approfondire, cercare, scoprire. L’entusiasmo è questo: è saper approfondire, non fermarsi, non cullarsi.

La felicità che cos’è?

La felicità è sapersi accontentare di quello che si ha. Spesso la cerchiamo in situazioni impossibili senza renderci conto di quello che abbiamo, lo diamo per scontato, non ci poniamo attenzione. Così rincorriamo chimere irraggiungibili e siamo eterni insoddisfatti. 

Chi è il tuo pubblico?

Il mio pubblico sono le persone che capiscono ciò che voglio fare con la musica.

Ovvero, che cosa vuoi fare con la musica?

Voglio trasmettere i miei testi. Spesso incontro persone che mi fermano per strada e mi dicono che ascoltando la mia musica si sono rivisti perfettamente nel testo. Ecco, per tornare alla tua domanda, il mio pubblico è questo! Io metto la mia musica a disposizione degli altri. L’arte in generale è fatta per gli altri. Non scrivo canzoni per farle rimanere mie. Oggi, purtroppo, siamo abituati a canzoni leggere, facili. La mia è una musica e parole da ascoltare che fanno riflettere che stimolano pensieri ed emozioni.  

Con la tua musica regali una favola?

Regalo delle favole. Desidero che ogni mio brano sia una favola differente. Ho scritto e scrivo sogni che sono proiezioni di una favola. La favola è un sogno. Non ci costa nulla. È bello sognare. Con “La storia per tempo perduto” ho voluto con il videoclip far diventare la canzone una sorta di colonna sonora, un racconto dove il messaggio è stato messo sotto forma di favola.

Ma tu sogni mai? 

Io sogno spesso, sono un sognatore a tutto tondo. Inseguo il mio sogno da anni, in parte l’ho già realizzato: riuscire a vivere di quella che è la mia passione. Vivo di musica ormai da 26 anni, a differenza di tanti colleghi, tante persone che come me hanno iniziato ma non riescono a fare solo questo nella vita. Mi sento un privilegiato, un sognatore. Il sogno è collegato al mio essere musicista. Volevo dirti: mi fai delle domande bellissime che alla fine si collegano l’una con l’altro. Grazie, grazie davvero. 

Grazie a te! Progetti futuri? 

In primavera uscirà un brano, in realtà è già pronto. Andrà ad aggiungersi ad altri cinque brani. In quel brano mi giocherò una carta che in molti la ritengono scontata.

Quale carta?

La carta della semplicità, voglio che la prossima canzone arrivi diretta nella testa, nel cuore delle persone, in maniera più semplice possibile.  

ANGELA LA GATTA: «VOGLIO ESSERE D’AIUTO PER RESTITUIRE ALLE DONNE LA SERENITÀ DI GUARDARSI ALLO SPECCHIO»

Angela La Gatta è una giovane estetista che offre un trattamento di trucco permanente alle donne oncologiche, un’iniziativa che porta avanti con grande sensibilità e forza, atta a tirare fuori la bellezza insita in ciascuna donna, ridando loro vita, gioia e speranza in un periodo così difficile.

Buongiorno Angela. Come mai ha voluto offrire questa opportunità alle pazienti oncologiche? Da quando ha iniziato?
“Io mi occupo di dermopigmentazione da un anno e mezzo. Ho lavorato in un’azienda che si occupava di altro, poi ho deciso di fare della mia passione il mio lavoro. Mi occupo delle sopracciglia per le persone che hanno lottato contro il cancro e che continuano a lottare, perché ci sono sia conseguenze a livello psicologico sia conseguenze a livello emotivo che non aiutano nel recupero della quotidianità. Voglio essere d’aiuto per restituire alle donne la serenità di guardarsi allo specchio.”

Cosa significa per lei aiutare queste donne?
“Significa aiutarle ad affrontare una nuova vita con le difficoltà e le sfide quotidiane e dare un piccolo aiuto di sostegno psicologico, nelle mie disponibilità, mettendo a disposizione la mia professione.
Tutto questo non aiuta solo il paziente colpito dalla malattia ma anche i familiari perché, nel cammino verso la riappropriazione della normalità dopo aver lottato contro il cancro, ci sono difficoltà che investono anche i familiari. Dunque, aiuto a recuperare l’aspetto della vita sociale, lottando contro le inevitabili conseguenze fisiche e psicologiche.”

Cosa prova mentre le guida in questo cammino?
“Mi sento sollevata. Io stessa ho vissuto da familiare più di una situazione come questa e ho provato un senso di vuoto. Quindi mi sento sollevata nel poter aiutare, anche solo con un piccolo gesto, le persone che hanno vissuto il trauma del cancro.”

Quanto è importante essere accompagnate in questa fase delicata della malattia?
“È un aspetto fondamentale avere delle persone che diano forza. Quando arriva la notizia della diagnosi, un senso di ansia, paura e disorientamento colpisce sia il malato sia i familiari, dai quali deve nascere, poi, una forza maggiore affinché il malato di cancro possa avere a sua volta la forza di affrontare tutte le cure oncologiche e i cambiamenti fisici, senza sentirsi solo.”

Quali sono gli effetti di questo trattamento sulla pelle?
“Si tratta di un trattamento estetico che consiste nell’inserimento di pigmenti biodegrabili nello strato superficiale del derma. Questi pigmenti sono destinati a scomparire nel tempo, per questo motivo si chiama anche semi- permanente. Ha una durata variabile che varia a seconda dell’età e della tipologia della pelle. Non ha nessuna controindicazione. Prima di iniziare il trattamento, la persona deve essere dichiarata guarita da un certificato oncologico oppure può fare il trattamento prima di iniziare le terapie e, dunque, prima della perdita delle sopracciglia ad esempio.”

Quanto conta l’aspetto estetico?
“È molto importante e penso che un malato oncologico abbia dei cambiamenti fisici anche durante le cure che hanno un impatto molto forte e, a volte, è come se si sentisse privato della propria dignità. Guardarsi allo specchio e non vedersi più come prima è anche un dolore. È come se non si riconoscesse.”

Come viene vista oggi questo branca dell’estetica?
“In generale è molto valida come professione anche perché è possibile, grazie alla dermopigmentazione, non solo aiutare un malato oncologico o rendere il proprio viso più armonioso ma viene usata anche in caso di cicatrici, di ustioni, di smagliature, di calvizie – in quest’ultimo caso si parla di tricopigmentazione. Esiste anche la dermopigmentazione paramedicale che in Italia, per legge, è di competenza sanitaria e consiste nella ricostruzione dell’intera aureola mammaria dotata di una certa tridimensionalità.”

Il 28 ottobre, Pasolini nel centenario dalla nascita: “La fine del diverso” di Michel Emi Maritato

PRESSO LA SALA DELLE COLONNE DI LANUVIO PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA FINE DEL DIVERSO DI MICHEL EMI MARITATO SU PIER PAOLO PASOLINI

Un libro per raccontare con coraggio e passione la storia e le vicende di Pier Paolo Pasolini, come nessuno ha mai osato fare. Nell’ambito del centenario della nascita di uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento, venerdì 28 ottobre 2022, a partire dalle ore 18, presso la Sala delle Colonne della Biblioteca Comunale nel Palazzo Sforza Cesarini, in via Sforza Cesarini, 37 a Lanuvio, si terrà la presentazione de La fine del diverso, Herald Editore, ultima fatica letteraria del giovane e apprezzato scrittore romano, Michel Emi Maritato.
A distanza di tanti anni, dunque, la vita e soprattutto la morte di Pasolini scuotono ancora l’anima di chi, attento ricercatore, colto e stimolato a raccogliere le giuste fonti non si accontenta di accogliere una conclusione come quella che è stata data. Così Emi Michel Maritato, uomo di cultura, presidente di Assotutela, intellettuale, drammaturgo, criminologo, giornalista, ha costruito la sua ipotesi giornalistica in merito alla vicenda Pasolini. Maritato ha affrontato, sviscerato, studiato ogni più piccolo aspetto di questa morte violenta e impensabile tanto da promuovere spunti di riflessioni sostanziali e da accendere l’attenzione della Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Nicola Morra.
Martina Nasini, dell’Associazione Culturale La Terzina, presenterà l’evento, introducendo i saluti istituzionali del Sindaco dott. Andrea Volpi e del Presidente del Consiglio dott. Alessandro De Santis.
Alla presentazione, prenderanno parte autorevoli personaggi ed esimi esponenti del mondo istituzionale, culturale, giuridico e intellettuale: Secondina Marafini, docente di greco, latino e materie letterarie, Aldo Onorati, amico e studioso di Pasolini, Mario Alberti, presidente dell’Associazione culturale “La terzina”. L’evento è patrocinato dalla Regione Lazio e dal comune di Lanuvio.
Il ricavato del libro, fa sapere Michel Emi Maritato, sarà devoluto in beneficenza, per finanziare: «ad esempio, azioni buone come quella del recupero e il reinserimento sociale dei detenuti. Inoltre chi comprerà il libro sosterrà l’attività di realtà importanti del nostro territorio come l’ospedale Bambin Gesù, la casa famiglia di Rocca di Botte Acero rosso e la fondazione Santobono di Napoli».
Il Presidente del Consiglio dott. Alessandro De Santis, a proposito della presentazione di questo venerdì, dichiara: «È un onore e un piacere poter ospitare la presentazione di un libro importante – come quello del dottor. Maritato – in una delle sale più prestigiose del nostro comune, che presenta anche l’allestimento archeologico del museo di Lanuvio. È importante celebrare il centenario dalla nascita di Pasolini, portando avanti il lavoro fatto con le tante iniziative volte ad approfondire la sua figura.
Come ritiene anche il mio amico scrittore Aurelio Picca, l’opera di Pasolini è spinta da una violenza che si risolve nella tragica morte, in una spinta perenne verso un porto glorioso ma violento incarnato dalla morte stessa.
Pasolini è stato lo scrittore più complesso e profetico, assieme a D’Annunzio, nel panorama italiano. Una personalità molto docile, come ricorda la poetessa Amelia Rossella, una persona silenziosissima».

Fondazione Enasarco, il messaggio del Presidente Mei al nuovo governo targato Meloni

Il presidente della Fondazione EnasarcoAlfonsino Mei, visto l’insediamento del nuovo governo a guida Giorgia Meloni ha voluto rilasciare un messaggio d’auguri tramite un comunicato stampa: 

“A nome della Fondazione Enasarco, Ente che da più di sessant’anni è impegnato nella previdenza e nell’assistenza di agenti di commercio e consulenti finanziari, voglio augurare al nuovo Governo ed in particolare al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, prima donna a ricoprire questa carica, un buon lavoro. Sono certo che la nuova compagine governativa saprà dare risposte pronte e concrete al Paese in un momento di grande criticità”. 

Enasarco, nuovi sostegni in vista della crisi energetica e nomina del Direttore Generale

Quest’oggi si è riunito il Consiglio di Amministrazione della Fondazione Enasarco. Nella seduta odierna sono state svolte delle valutazioni in merito ad eventuali sostegni economici a favore degli iscritti per far fronte all’attuale crisi energetica. Inoltre è stata analizzata la possibilità di potenziare le prestazioni sanitarie derivanti dall’adesione ad Emapi ed è stata approfondita la possibilità di allargare la platea di iscritti quanto ai requisiti contributivi richiesti per l’accesso alla copertura assicurativa.

Sempre in termini di prestazioni assistenziali, quest’oggi si è discusso su un piano di agevolazione di accesso al credito che la Fondazione potrebbe attivare in favore degli iscritti, ipotizzando il ricorso ad una convezione generale non limitata esclusivamente allo strumento dei mutui fondiari.

Nel Consiglio di Amministrazione odierno, poi, il Dott. Antonio Buonfiglio è stato eletto all’unanimità come nuovo Direttore Generale della Fondazione. Contestualmente, il CdA ha eletto all’unanimità la Dott.ssa Carolina Farina quale Vicedirettore Generale.

Infine, il Consiglio di Amministrazione di Enasarco ha reso disponibile agli iscritti un’ulteriore erogazione straordinaria relativa alla situazione pandemica data dal Covid-19.

“SCHERZI A PARTE”: DIETRO LE QUINTE DELLA CANDID CAMERA CON ALESSANDRO REGIS

La redazione di Eccellenze Italiane è lieta di intervistare Alessandro Regis, protagonista di tante gag che hanno incoronato la puntata dello scorso 9 ottobre di Scherzi a parte, la celebre trasmissione in onda su canale 5.

Ciao Alessandro! Ti abbiamo visto su Scherzi a parte, fantastico come sempre. Come ti sei trovato a gestire lo scherzo con Enrico Papi?
“Grazie per i complimenti! Mi sono trovato bene come al solito, non ho riscontrato nessun problema neanche al cambio di sceneggiatura dell’ultimo istante: all’inizio dovevo fare il poliziotto in borghese che spaventava la Salerno con manovre azzardate poi, dato che la ragazza che doveva guidare aveva da poco preso la patente ed era titubante, è stato tutto stravolto . Insomma da poliziotto a delinquente è un attimo (ride).”
Da dove è nata l’idea di questo scherzo?
”L’autore Giorgio Squarcia ha pensato all’idea e ha coinvolto anche me perché apprezza il modo in cui lavoro.”
Hai trovato difficoltà nel reggere la parte del delinquente che guida l’auto per Sabrina Salerno?
“No, nessuna difficoltà. Dovevo fare un’altra parte e mi sono ritrovato a fare l’autista ma mi sono immedesimato subito nel ruolo ed è stato molto divertente, nonostante fosse una parte che richiedeva una certa serietà.”
Ti veniva da ridere in alcuni momenti?
“Sì, ad esempio avrei voluto ridere quando la polizia mi ha fermato e io sono passato nella parte posteriore dell’auto. Sapendo che era uno scherzo, ho dovuto fare la parte anche un po’ da psicopatico, dove la Salerno mi dava del pazzo, del folle e ho continuato ad interpretare quel ruolo dato che era divertente.”
Sono state tagliate delle parti non andate in onda? Se sì, ce le racconteresti?
“Sì, sono state tagliate due parti fondamentali molto divertenti che probabilmente la redazione o la Salerno stessa ritenevano fossero troppo pesanti, cruenti o di grande tensione: ad esempio il momento il cui io e Sabrina Salerno siamo stati ammenettati e lei faceva molta forza per liberarsi oppure i momenti in cui lei piangeva su di me; oppure il momento in cui stavamo in alto sopra un ponte, una gag di 4 minuti molto simpatica che gli autori hanno tagliato probabilmente per un motivo di tempi troppo lunghi.”
Hai qualche altro programma in corso?
“C’è un’imminente programma che ho già registrato per Radio Cusano Tv Italia. Il programma è “Si fa per dire” condotto da Annalisa Colavito che andrà prossimamente in onda. Attualmente sto lavorando per una nuova canzone con i ragazzi della Techpro Records, un eccellente studio di registrazione a Roma, in cui sono state prodotte canzoni per artisti importanti, come Albano e Jasmine Carrisi per Aída Yéspica, DAny k e tanti altri. Ho ancora molto da dare, ovunque.

Grazie per l’intervista.”

OSTIA FILM FESTIVAL ITALIANO: SUCCESSO ED EMOZIONI TRA CINEMA, MUSICA, TEATRO E SOCIALE

Si è svolta al Teatro Lido di Ostia la terza edizione OFFI Ostia Film Festival Italiano, una rassegna dedicata al cinema, alla musica, alle donne nell’arte, al sociale, ai grandi del passato, ai nuovi talenti, al teatro ed alla cultura, con la direzione artistica di Francesca Piggianelli, condotto da Massimo Zamponi. Patrocinato dalla Regione Lazio, Direzione SIAE, con il Patrocinio e Supporto di Roma Lazio Film Commission e Cinecittà Panalight e “Con il riconoscimento della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della cultura”.

Sold out per il primo appuntamento, protagonista la Festa conclusiva del Roma Videoclip Indie, i Premi Speciali sono stati assegnati con grande partecipazione e presenza da parte degli artisti, registi e produttori provenienti da tutta Italia, tra i numerosi premi quelli delle radio: Radio Godot, Radio Sanremo Web, Radio Base Canarie, Terza pagina Magazine, inoltre Premio SIAE, Cinecittà Panalight, riconoscimenti della Direzione del Festival.
Nel secondo appuntamento, un’altra serata indimenticabile dedicata ai grandi del passato, al Cinema dietro le quinte, alle donne nell’arte, ai nuovi registi e talenti con proiezione di trailer, clip, cortometraggi con la presenza di artisti, registi, scrittori ed incontri con ospiti d’eccezione.
Momento magico ed emozionante, accolta con un grande applauso Carlotta Proietti premiata per la sua bravura, talento, per le sue molteplici attività e per l’omaggio a Pier Paolo Pasolini, con l’interpretazione del brano “Il valzer della toppa” scritto da Pier Paolo Pasolini. Carlotta felice e commossa per il riconoscimento, ha chiamato sul palco la mamma Diletta Proietti per condividere la gioia, dichiarando che è stata un’eccezione la sua presenza sul palco e quindi maggiormente emozionata.
Per l’omaggio ai cento anni di Pier Paolo Pasolini è stato presentato in anteprima, il libro di Michel Emi Maritato “La fine del diverso”.
A seguire incontro e premio per alcuni talentuosi registi presenti: Simone Amendola con il produttore Cristiano Sebastianelli per “Nessun nome nei titoli di coda”, il regista Ciro Formisano per “L’altro buio in sala”, inoltre Christian Marazziti a cui è stato dedicato un breve omaggio per il nuovo cinema italiano, regista attore sceneggiatore è stato premiato per il documentario Covid-19 “Il virus della paura”, per il cortometraggio “Amici di sempre” e sul palco anche uno dei bravi protagonisti Dario Bandiera, per concludere il videoclip “Oblivion”, con la presenza della nota pianista Natalia Paviolo e compositrice Italo-Argentina che ha ricevuto un premio speciale di cinema e musica.
Prima di scendere dal palco per i saluti, Dario Bandiera ha intrattenuto il pubblico con battute divertenti evidenziando la sua bravura e spontanea ironia.
Nell’ultima serata riconoscimenti speciali a Dario D’Ambrosi creatore del movimento teatrale chiamato Teatro Patologico rivolto a ragazzi con disabilità fisiche e psichiche e al regista Simone Lupi per il cortometraggio “Io sono un po’ matto e tu?”. Premi speciali anche a due cortometraggi sociali, Red Market di Walter Nicoletti sul tema Internazionale sul traffico degli organi e giochi d’azzardo ed a Mirella di Kassim Yassin Saleh che tratta il tema della disabilità; a seguire è stato proiettato il videoclip “Carrozzella romana” di Rodolfo Laganà, regia di Giovanni Pirri, un videoclip ironico con un tema sociale a lui caro, emozionando il pubblico con un video saluto che il bravo artista a sorpresa ci ha inviato. Premiato anche Enzo Salvi per le sue attività artistiche e sociali, felice del riconoscimento proprio nella sua Ostia. Un gran finale in omaggio alle donne nell’arte, cinema e musica con premi assegnati a Livia Bonifazi, Cristiana Ciacci della Little Tony Band e Daniela Giordano.

Si ringraziano: Teatro Lido di Ostia, Agnese Branca di Romarteventi, Massimiliano Mambor, Carlo Senes, Marco Aceti, Simone Petralia, Emiliano Marsili, Martina Zaralli, Simone Bartoli, il Comitato d’Onore: Elettra Ferraù, Giampietro Preziosa, Luca Verdone, Saverio Vallone, Fabrizio Pacifici, le Istituzioni, gli Sponsor: Premi Branca, Petrone Antica Distilleria, Chiara Coricelli Amm.delegato di Pietro Coricelli S.p.a, Stappando enocultura, Studio Erca&Partners, Marinauto Ostia, Artemisia lab, Frimm immobiliare, Canale10, Terza Pagina Magazine, OstiaTV, Matteo Vari e Stefano Porro, OST friendly food and drink One long bar, Gusto Glam restaurant, e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa edizione.